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Amici in pericolo



Alcuni mesi fa, esattamente l’11 ottobre 2007, l’Associazione dei Pescatori Giapponesi annuncia che riprende l’annuale caccia ai delfini. Trovarli non è difficile. Gli splendidi mammiferi marini, durante la stagione fredda, sono soliti rifugiarsi a migliaia nei golfi interni del Mar del Giappone. Non hanno timore degli uomini, alla loro vista non fuggono, né si difendono. È un grave errore. Al termine della “stagione di caccia”, che dura fino ad aprile, saranno stati massacrati circa 22 mila esemplari.
Nonostante le proteste internazionali, il governo giapponese ogni anno autorizza la strage. Assaliti da arpioni e lance, la maggior parte dei delfini subisce una morte lenta e dolorosa. Alla base di tutto c’è il denaro. L’industria ittica è disposta a pagare oltre 20.000 dollari per animale, che pesa dai cento ai centoventi chili. La carne, per nulla pregiata, viene spesso fatta passare nei ristoranti per carne di balena.
All’inizio della caccia, il 29 ottobre 2007, otto ragazzi coraggiosi di Green Peace sono entrati con una barca in uno dei golfi dov’era in corso lo sterminio. Mentre due di loro azionavano le cineprese per documentare il massacro, sei si sono gettati nell’acqua colorata di sangue, hanno cominciato a togliere dai fianchi dei delfini gli arpioni sotto gli occhi esterrefatti dei cacciatori, a strappare le lance dalle loro mani.
Ne è nato un parapiglia convulso: le barche si sono rovesciate, tanti delfini sono fuggiti, i pescatori e i giovani hanno lottato tra loro. Alla fine, la pattuglia di Green Peace è stata arrestata, ma tre giorni dopo tutto il mondo ha visto la mattanza dei più mansueti e pacifici abitatori del mare.
Questa pagina sanguinosa viene a turbare una storia di pace e di rispetto tra l’uomo e il delfino che dura da decine di migliaia di anni: da quando i primi uomini si affacciarono alle rive del mare. Mentre gli altri pesci fuggivano dall’uomo o lo attaccavano, il delfino aveva il comportamento contrario. Con la testa calva, l’occhietto “beffardo”, il perenne “sorriso”, gli “allegri” fischi, il curioso parlottare fatto di grida, soffi e crocchiare, stabiliva un “contatto” con l’uomo e giocava con i bambini.
Storie di amicizia tra uomini e delfini sono presenti a centinaia nelle antichissime leggende di popoli diversi e lontani: gli aborigeni australiani, gli eschimesi della Groenlandia, gli egiziani vicini alla foce del Nilo, i popoli indo-americani, i greci e i romani. Eccone alcune.

Tra storia e leggenda
La città di Delfi (in greco “Delfòi”) è stata chiamata così in onore del delfino. La vicenda è narrata dallo storico greco Erodoto (450 a.C.). Arione era un famoso cantautore e percorreva la Sicilia e l’Italia meridionale (affollate di “colonie” greche) facendo ottimi incassi con i suoi concerti. Mentre tornava in Grecia con il suo tesoretto, i marinai lo derubarono. Stavano per buttarlo in mare, ma Arione chiese di cantare l’ultima volta la sua canzone preferita. Al suono meraviglioso della voce, un branco di delfini si avvicinò e si fermò tra i flutti. Arione allora si tuffò tra loro ed essi lo spinsero sano e salvo fino alla riva lontana, dove ora sorge la città di Delfi.
Plinio, storico romano vissuto fino al 79 d.C., narra un’altra storia delicata. Un bambino, andando a scuola nei dintorni del lago Lucrino, vicino ai Campi Flegrei, aveva fatto amicizia con un delfino. Ogni giorno gli regalava uno dei due pesci che la madre gli dava per merenda e poi gli saliva in groppa per essere traghettato sulla sponda opposta. Ma dopo un po’ di tempo il bambino morì. Il suo amico delfino, dopo averlo atteso tanto, si lasciò morire di dolore.
Passano i secoli, ma l’amicizia uomo-delfino continua. Nel 1920 vengono finalmente scattate le prime foto sui delfini che giocano con le persone, sbugiardando quelli che credevano fosse una leggenda. I ragazzi nella baia di Adelaide, in Australia, sotto gli occhi e le macchine fotografiche dei genitori, ogni giorno hanno per compagno di giochi un delfino chiamato “Opo”. Quando non ci sono squali in vista li accompagna al largo: salta, si fa inseguire, lascia che gli salgano sul dorso. Un giorno uno squalo si avvicina pericolosamente. Opo lo punta e con una corsa velocissima gli affonda il becco di osso più duro della pietra nel fianco, tra le delicate pinne. Il colpo è mortale.
Facciamo un balzo di cinquant’anni, quando uno strano incidente si verifica nel Pacifico del Sud. Un miliardario americano è in crociera sul suo yacht in compagnia di amici. I delfini, che finora hanno giocato con la scia creata dalla barca, ad un tratto si portano davanti alla prua e si mettono ritti: chiedono di fermarsi. Il tempo di spegnere i motori ed ecco avvicinarsi due grossi delfini che tengono a galla un piccolo.
Alcuni marinai scendono in acqua, lo afferrano e lo issano sullo yacht. Il medico di bordo dà un’occhiata alla bocca del piccolo. Vede qualcosa di rotondo in gola che ostruisce le vie respiratorie. Un paio di pinze strappano fuori una nassa di spugna staccatasi da una rete da pesca e il piccolo può tornare in mare, guarito. I delfini, fino allora immobili, ripartono in una allegra sarabanda attorno allo yacht, come per dire “grazie”.
Il miliardario, impressionato da ciò che ha visto e filmato, si informa sulle ricerche intorno ai delfini. Si stanno scoprendo cose interessanti. Istituisce così una “fondazione” per approfondire le ricerche. Oggi, a distanza di 40 anni, anche grazie a quella fondazione, abbiamo notizie abbondanti su questo meraviglioso animale marino.
L’ultima bella notizia è del 2002. Un giovane peruviano nuota nei pressi di Lima quando una tempesta lo sorprende e lo sospinge al largo. È in pericolo di vita. Ma un branco di delfini lo circonda e lo porta in salvo fino a riva.
Peccato che l’altruismo e la generosità di questi mammiferi non venga ripagata con la stessa moneta dall’uomo. Come dimostrano le tragiche vicende del Giappone.

TERESIO BOSCO
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©AGOSTINO LONGO
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