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SONO RAGAZZI ANCHE LORO


Le ultime vittime innocenti le ha fatte lo Tsunami, la terribile onda che ha allungato la sua mano sulle coste asiatiche. Non ha risparmiato nessuno nella sua furia devastatrice, ma alla fine dei tragici conti, in cima c’erano ancora loro, i più indifesi: i bambini e i ragazzi. Sono infatti più della metà delle oltre 250.000 persone scomparse a causa del maremoto, e in migliaia corrono seri pericoli di vita per infezioni e malattie.
Si aggiungono alla lista dei loro sfortunati coetanei, quelli che abitano dalla parte “sbagliata” del mondo, costretti a sopravvivere con in tasca meno di un euro al giorno. Fame, povertà e malattia sono gli avversari contro i quali devono combattere con tutte le forze. E non si tratta di mostri innocui da videogame, ma di nemici reali e agguerriti, pronti ad approfittare di ogni incertezza e di ogni attimo di debolezza per rubare loro la vita.
È questa l’“istantanea” che emerge scorrendo le pagine di Infanzia a rischio, il rapporto annuale compilato dall’Unicef per “fotografare” le condizioni in cui vivono i bambini di tutto il mondo.

 

Un miliardo di bambini poveri

Gli spot pubblicitari li immaginano vestiti alla moda e sempre allegri, intenti a “spazzolare” - sprofondati su comodi divani - quintali di hamburger e merendine, con il cellulare in una mano e la consolle dei videogiochi nell’altra. Ma per centinaia di migliaia di bambini che abitano nei Paesi in via di sviluppo la realtà ha i contorni incerti della povertà e della miseria: gli abiti sono stracci rattoppati alla meglio, la casa una discarica di rifiuti a cielo aperto e la “realtà virtuale” un pasto caldo o un bicchiere di acqua potabile. “La povertà è in aumento e l’emergenza si fa di giorno in giorno più drammatica - denuncia Carol Bellamy, direttrice generale dell’Unicef - . Oltre la metà dei 2,2 miliardi di bambini che popolano il pianeta vive in condizioni precarie”.
E i numeri, nella loro freddezza, lo confermano senza possibilità di errore. Un bambino su 6 non ha abbastanza cibo per nutrirsi; 1 su 7, se si ammala, deve arrangiarsi da sé, perché non ha abbastanza soldi per farsi visitare da un medico o per acquistare le medicine; 1 su 5 deve accontentarsi di bere solo acqua non potabile, rischiando ogni giorno malattie ed infezioni; 1 su 3 vive in case poco sicure e prive di servizi igienici; uno su 8 non ha mai messo piede a scuola.
“L’infanzia è un momento speciale nella vita di ogni persona - commenta Carol – , la fase in cui l’essere umano si sviluppa più che in tutta l’esistenza, un periodo durante il quale il bambino dovrebbe pensare unicamente ad apprendere e a giocare. Ma in troppi luoghi del mondo non è così”. La povertà, infatti, costringe i bambini a crescere in fretta, ad abbandonare gli studi e ad accettare qualunque lavoro in cambio di un pezzo di pane e di un tetto sotto il quale dormire.


Vittime di guerra

Sono il bersaglio privilegiato dei conflitti e delle violenze che insanguinano il pianeta perché sono i più deboli e indifesi: vittime innocenti dell’odio che spinge i popoli ad armarsi gli uni contro gli altri e a combattersi senza esclusione di colpi. Secondo gli esperti dell’Unicef, poco meno della metà dei 3,6 milioni di uomini e di donne che - dal 1990 ad oggi - hanno perso la vita a causa della guerra aveva meno di 15 anni di età. Centinaia di migliaia di bambini - inoltre - sono stati reclutati con la forza, costretti a combattere come soldati e dilaniati dalle mine antiuomo o menomati dalle pallottole sparate dai fucili di precisione dei cecchini.
“Anche la guerra - continua Carol - è in molti casi un ‘effetto collaterale’ della povertà, che soffoca i Paesi sottosviluppati in una morsa sempre più stretta di violenza e di disperazione: dei 59 conflitti che hanno seminato orrore, distruzione e morte tra il 1990 e il 2003, ben 55 erano guerre civili, combattute da gruppi armati che non condividevano le scelte politiche ed economiche del proprio governo”.
L’impatto della guerra sul benessere e sulle condizioni di salute dei bambini è a dir poco devastante: gli osservatori dell’Unicef hanno calcolato che, durante i primi cinque anni di guerra, la mortalità dei bambini di età compresa tra 0 e 5 anni - in assoluto la più delicata - aumenta del 13%. E la Sierra Leone, dopo dieci anni di guerra, ha raggiunto il record poco invidiabile del più alto tasso di mortalità del mondo tra i bambini da 0 a 5 anni: 284 bambini, ogni 1.000 nati vivi, non superano il quinto anno di vita.

 

Il flagello dell’Aids

L’Aids, la Sindrome da immunodeficienza acquisita, è - a livello mondiale - la principale causa di morte tra le persone di età compresa tra i 15 e i 49 anni. Nel 2003 ha ucciso 2,4 milioni di persone adulte e circa 500 mila bambini sotto i 15 anni.
L’impatto di questa terribile malattia sull’infanzia emerge in modo drammatico dal numero crescente di “orfani dell’Aids”. “La morte di un genitore si ripercuote su ogni aspetto della vita del bambino e la condiziona - spiega Carol - . In appena due anni, tra il 2001 e il 2003, il numero dei bambini che hanno perso entrambi i genitori a causa dell’Aids è aumentato da 11,5 a 15 milioni, l’80% dei quali vive nei Paesi dell’Africa subsahariana”. Ma i piccoli soffrono le conseguenze dell’Aids anche prima di rimanere orfani. Non di rado, infatti, abbandonano la scuola per badare ai famigliari malati o per racimolare i soldi necessari a sopravvivere.
Circa il 90% degli orfani viene ospitato dai parenti. Ma, nella maggior parte dei casi, non si tratta di una convivenza disinteressata e serena: il più delle volte i giovani ospiti vengono costretti ad abbandonare gli studi e a cercarsi un lavoro per mantenersi e “dare una mano” alla nuova famiglia. I ricercatori dell’Unicef hanno scoperto che i bambini orfani - in linea di massima – rischiano maggiormente, rispetto ai non orfani, di cadere vittima delle peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile o di essere costretti a mendicare per strada.

 

Un futuro di speranza

“Troppi governi adottano consapevolmente e deliberatamente decisioni che, nei fatti, arrecano gravi danni all’infanzia - afferma Carol - . La povertà non viene dal nulla; la guerra non è un evento spontaneo e molte malattie possono essere tenute sotto controllo: questi fenomeni sono conseguenza delle nostre scelte. Negli ultimi dieci anni la povertà è cresciuta ovunque e non solo nei Paesi in via di sviluppo. Anche in Italia, oggi, ci sono più bambini poveri di quanti ce ne fossero negli anni Novanta. Gli immigrati, per esempio, soffrono i problemi tipici delle popolazioni del Sud del mondo: violenza, cattiva scolarizzazione e cure inaccessibili”.
Le sue parole, impregnate di pessimismo, lasciano intravedere in controluce un bagliore di speranza. “Anche se i numeri che testimoniano i malesseri dell’infanzia sono enormi - sostiene - non dobbiamo dimenticare che mai prima d’ora, nella storia, ci sono stati tanti bambini in salute, anche se nel 2003 ne sono morti 10 milioni per malattie curabili. E mai così tanti sono andati a scuola, sebbene oltre 100 milioni ne siano ancora esclusi. I risultati ci sono, ma sono ancora insufficienti”.
Il problema è che la maggior parte dei governanti sembra non avere ancora capito che investire sulle giovani generazioni significa creare le premesse per un futuro di sviluppo e di prosperità. “Il fatto è che i bambini non hanno diritto di voto e non dispongono di strumenti per influenzare la politica - conclude - . Se i politici ci credessero veramente con il 5% della spesa militare globale annua, entro il 2015 potrebbero ridurre di due terzi la mortalità infantile tra 0 e 5 anni e garantire a tutti i bambini del mondo la possibilità di frequentare la scuola primaria”.

NICOLA TARAGLI

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