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Adesso tocca a me

Che ci sia una chitarra acustica o una batteria per Luca Marino non fa una grande differenza. Certo, gli strumenti sono diversi: delicata la sei corde, più “aggressivi” i tamburi, ma per lui sono in fondo le facce di una stessa medaglia: entrambi offrono la possibilità di esprimersi con la musica.
 

Ed è proprio per seguire il richiamo delle sette note che Luca ha imparato a suonare due strumenti, oltre che a cantare: prima la chitarra, sull’onda del marinogrunge, poi la batteria, sfogandosi con il metal. Generi energici, che però non gli hanno impedito di accettare un lavoro in un’orchestra di liscio come chitarrista.

 
Insomma, tante esperienze diverse, che alla fine sono servite a Luca per trovare una sua dimensione, quella cantautorale, che lo ha portato quest’anno a Sanremo, nella categoria “Nuova Generazione”. Sotto le luci dell’Ariston ha presentato Non mi dai pace, arrivando alla serata finale, per poi pubblicare l’album Con la giacca di mio padre, nove canzoni dal convincente “taglio” pop-rock che raccontano l’amore visto sotto varie sfaccettature.

Mondo Erre ha voluto conoscere Luca più da vicino dopo il passaggio a Sanremo. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

L’intervista

Qual è stato il tuo percorso nelle sette note?

È iniziato tutto con la chitarra di mio papà, che suonava in un gruppo degli anni ’60. Mi sono messo a strimpellarla e ho scoperto un mondo affascinante da esplorare. Non mi sono più fermato, imparando anche a suonare la batteria. Ho avuto modo così di affrontare vari generi: dal grunge al metal, dal rock and roll al liscio, esibendomi con dei gruppi o da solo.

 

Come ti sei trovato a passare dal metal al liscio?

Sono le strade che segui per suonare. Quando facevo metal, ero il batterista di un gruppo di amici chiamato Godus: abbiamo aperto a Milano il concerto dei Gotthard (una nota band svizzera n.d.r.), davanti a migliaia di persone. Ero così emozionato che non mi ricordo quasi nulla di quella serata. Nel liscio, invece, ho marinosuonato la chitarra in un’orchestra: è stato utile, ho scoperto la musica popolare da ballo. Tutte esperienze, insomma, che mi hanno aiutato a formarmi.

 

Hai mai pensato di gettare la spugna?

A 17 anni, per una serie di problemi personali, avevo rinunciato a suonare. Poi la musica è tornata, anche se qualche volta ho avuto la tentazione di lasciare non tanto perché non ottenevo successo, quanto per aver ricevuto delle delusioni spiacevoli, che mi hanno fatto male. Cose che poi accadono in qualsiasi altra professione.

 

C’è stato un momento in cui hai intuito che la tua carriera stava svoltando?

Quando il mio produttore, Danny Virgillo, circa un paio di anni fa mi ha scoperto mentre mi esibivo da solo nei locali dandomi fiducia. All’epoca, scrivevo già le mie canzoni e vedevo che funzionavano: lui ha capito che da quella base si poteva ricavare qualcosa di buono. Ecco, in quel periodo, ho avuto la sensazione che sarebbe accaduto qualcosa d’importante.

 

Come valuti il tuo passaggio a Sanremo?

È stata un’esperienza bella ed emozionante salire sul palco dell’Ariston, oltre tutto per ben due volte, visto che ho avuto la fortuna di arrivare in finale. Cantare con una vera orchestra alle spalle, poi, non capita tutti i giorni e per un artista è una sensazione forte. Tuttavia, non ho vissuto del tutto bene il Festival.

 

Non era il tipo di manifestazione giusta per te?

Sanremo è senza dubbio importante, anche dal punto di vista della sua storia, e sono stato felice di salire su un palco così prestigioso. Forse quello che ho un po’ patito è stata la pressione intorno al Festival: alla fine di quei giorni non sapevo più neanche il mio nome. Intendiamoci, è un percorso che andava fatto e non voglio passare per quello che si lamenta, ma adesso devo valutare cosa mi aspetta domani.

 

Intanto c’è questo album, dal titolo curioso.

Sintetizza il lavoro fatto fin qua. È un’assunzione di responsabilità, come se dicessi “adesso tocca a me”: è la mia prova di maturità che chiude un cerchio e ne apre un altro. Le canzoni del disco sono una specie di “diario emozionale” di quanto mi è accaduto negli ultimi due anni, esperienze e stati d’animo finiti in marinonote.

 

Note che, mi sembra, hanno una “colorazione” a metà strada tra la canzone d’autore e il rock. È così?

Direi di sì, è la mia attitudine. Vengo dal rock, e credo si senta, tuttavia durante il mio cammino ho poi ascoltato di tutto. Alla fine, non è più una questione di genere, ma di approccio alla musica: rock non vuol dire per forza una chitarra elettrica suonata al massimo volume; rock è anche un cantautore con un’acustica che esegue una ballata. Per questo dico che conta l’attitudine nella musica.

 

LA SCHEDA 

È incominciato con Eliot

Luca Marino è nato il 29 agosto 1981 a Busto Arsizio (VA). Ha frequentato il Liceo Artistico con l’obiettivo di diventare disegnatore di fumetti.

 
Ha iniziato a suonare la chitarra mettendo in musica i versi del poeta inglese Thomas Eliot. È poi passato alla batteria, per condividere con gli amici la loro passione per il metal.
 
Nel 2007 ha incominciato ad esibirsi da solo, voce e chitarra, nei locali del varesotto. Quest’anno la grande occasione a Sanremo, dove arriva in finale con Non mi dai pace. Segue l’album Con la giacca di mio padre.
 
I suoi gusti musicali sono onnivori: Queen, Depeche Mode, Lucio Battisti, Deep Purple, Nirvana, Carosone.
 
©Mondo Erre - Claudio Facchetti
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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