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IL NUCLEARE TORNA DI MODA

A quasi 18 anni dal referendum con il quale gli italiani dissero no all’energia nucleare (e anzi lo “urlarono”, vista la larghissima maggioranza), oggi si torna a riproporre quelle stesse centrali che furono chiuse perché facevano paura. Che cos’è cambiato da allora? Davvero, come sostengono alcuni, “una ottusa visione si rifiuta di comprendere che l’energia nucleare è ora prodotta in impianti supersicuri e che il problema scorie è risolto”? Ha ragione chi dice: “L’uscita dal nucleare è stato un errore e non è accettabile che un gruppo di ignoranti condizioni il Paese”? Certo, alcuni paladini dell’energia “atomica” ci vanno giù duro e la polemica è subito pesante.
Ci sono anche gli “antinuclearisti” pentiti. Un ex leader ecologista, Chicco Testa, afferma che “è impensabile un mondo senza nucleare. Se lo rifiutassimo, le emissioni di gas serra aumenterebbero, perché gli attuali impianti a olio combustibile inquinano più che le centrali a carbone”. La conclusione non lascia scampi: “Vogliamo energia sufficiente e a costi più bassi? Allora bisogna scegliere il male minore. Se no spegniamo la luce e stiamo al buio”.
Nessuno, ovviamente, vuole restare al buio. Anzi, sempre di più consumiamo energia, basta guardare ai ritmi furibondi di crescita in Cina, dove le fabbriche producono di notte, quando c’è più disponibilità di energia, e le miniere di carbone continuano a mietere migliaia di vittime.
Il consumo mondiale di energia negli ultimi 10 anni è aumentato di oltre 1000 tep (1 tep è l’equivalente di energia contenuto in un milione di tonnellate di petrolio) e ormai supera la cifra globale di 10.000 tep. Di essa la quota più consistente, il 35%, è ancora coperta dal petrolio a cui si affiancano in ordine decrescente il carbone (23,5%), il gas naturale (22%), il nucleare (17%), le centrali idroelettriche (15%), e poi altre fonti rinnovabili.
In Europa, invece, funzionano 145 reattori nucleari che producono il 35% dell’energia totale e dai quali escono ogni anno 2.500 tonnellate di scorie radioattive.
Poiché, secondo le proiezioni avanzate dall’“Agenzia internazionale per l’energia”, i consumi energetici sono destinati a crescere del 50% entro il 2030, si cercano fonti che possano sostituire il petrolio. Il carbone, per esempio, che ha riserve ancora notevoli. Però, tra le fonti fossili, il carbone è quella meno amica dell’ambiente per i gravi danni legati alla sua estrazione e per il più alto tasso di inquinamento quando brucia. Migliore, sotto questo aspetto, sarebbe il gas naturale, se non fosse esauribile nel medio termine.
Il nucleare e le fonti rinnovabili continuano a dare un contributo minore al bilancio complessivo. Il primo perché, nonostante i progressi compiuti, resta gravato dagli stessi handicap che ne hanno frenato l’ascesa dopo la prima crisi petrolifera (il problema delle scorie, la rivolta delle popolazioni dei siti prescelti, il troppo lento ritorno dei capitali investiti); le seconde perché non ancora competitive. Per tutti questi motivi, la cosiddetta “questione energetica” è una delle più urgenti e spinose di questi anni.
Se non si dispone di energia non è possibile avere cibo, né acqua, né condizioni di vita decenti. Nel 1975 i circa 4.000 milioni di abitanti della Terra consumavano poco più di 5 miliardi di tep/anno. Nel 2025, si raggiungeranno i 15 miliardi di tep/anno. Questo significa che nei prossimi vent’anni avremo bisogno di prelevare dalle riserve circa 100 miliardi di tonnellate di petrolio, circa 130 miliardi di tonnellate di carbone e circa 80.000 miliardi di metri cubi di gas naturale. E cioè la metà di tutto il petrolio e il 40% di tutto il gas esistenti. E poi?


Quali pericoli?

Così torna in ballo il nucleare. E l’argomento sembra fatto apposta per dividere le opinioni con un taglio netto. Come rivela questo confronto tra due scienziati, Tullio Regge, il decano dei nostri fisici, e Marcello Cini, professore emerito alla Sapienza di Roma.
Dice Regge: “È ora di smetterla di raccontare frottole sul pericolo nucleare. La tecnologia ha fatto grandi progressi da Chernobyl. Oggi non si costruiscono più centrali di quel genere. Siamo alla terza generazione, come quella franco-tedesca denominata Epr.
L’ultimo impianto deciso in Europa sorgerà in Finlandia. Sarà appunto un Epr, con una potenza di 1.600 megawatt, per un costo di circa 3 miliardi di euro. La Francia che ha 59 centrali nucleari in attività da decenni, non ha mai registrato un guaio. La Svezia che ne ha 11 continua a produrre senza difficoltà”.
Ribatte Cini: “Non c’è alcuna novità che possa farci riconsiderare il problema del nucleare in Italia, per altro archiviato dalla volontà popolare con il referendum del 1987. Io dico no per problemi di sicurezza e di costi. Primo: oggi come ieri non esiste un posto sicuro che possa contenere le scorie radioattive, senza procurare danni per migliaia di anni. Secondo: costruire una centrale nucleare, con spese enormi per allestirla in piena sicurezza, significa averla a regime dopo almeno 15 anni. E una centrale ha vita breve, intorno ai 25-30 anni. Dove sta la convenienza?”.
Regge: “E così continuiamo ad acquistare energia dai Paesi vicini. La importiamo dai francesi, dagli svizzeri, e persino dalla centrale dell’isola di Cherso in Croazia, un impianto di origine russa a soli 50 chilometri da Trieste. Il nucleare è una scelta da affrontare ponendo fine alle chiacchiere inutili. Le fonti alternative non hanno mercato e vanno bene per soddisfare piccole esigenze locali. Se proseguiamo così, l’Italia va incontro al disastro energetico. E non è affatto vero che il problema delle scorie sia irrisolto. Quando vengono vetrificate e depositate nel sottosuolo in caverne di salgemma dove l’acqua non sia transitata, la sicurezza è garantita”.
Cini: “Bisogna investire risorse nelle energie rinnovabili, come il solare e l’eolico. È ridicolo che la Germania sia avanzata in questo campo e l’Italia, che è il Paese del sole, stia a guardare. I tedeschi, rispetto a noi, hanno il 56% in meno di belle giornate, ma entro il 2050 la metà della produzione elettrica sarà solare. Noi restiamo in balia del caro e sporco petrolio”.
Tra un “no” e un “sì” così netti, ci sono anche voci più pacate. Per esempio, quella di Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica nel 1984. Dice l’illustre scienziato: “L’Italia non può permettersi di escludere il nucleare dal suo futuro. Ma deve prima convincere il Paese sulla sicurezza delle centrali, dando serie garanzie scientifiche sullo smaltimento delle scorie. E non può agire sull’onda dell’emotività: la ricerca sull’atomo va inserita in un piano a lungo termine che punti anche e soprattutto sulle energie rinnovabili”. Conclude: “Per garantire un futuro al nostro pianeta bisogna agire subito a livello internazionale, senza demonizzare alcuna ipotesi di lavoro”.

ROMEO REPETTO

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