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UN TRAGUARDO PER DUE

Damiano Cunego e Ivan Basso come Coppi e Bartali? Per ora è soltanto il sogno dei vecchi cronisti sportivi, quelli che hanno vissuto le stagioni d'oro del ciclismo. Ma sono bastate le imprese dei due giovanissimi campioni, vincitore il primo del Giro d'Italia, grande avversario il secondo di Lance Armstrong al Tour, per riproporre a tratti il ricordo di un'epoca irripetibile, quella che negli anni Quaranta e Cinquanta aveva diviso l'Italia in due.
Fino a che punto, tuttavia, Cunego e Basso possono effettivamente aspirare a un ruolo da protagonisti? E fino a che punto il ciclismo di oggi può ricreare nel cuore della gente le medesime emozioni che hanno scandito anni e anni di epici duelli lungo le strade del Giro e del Tour? Risposte non facili, prima di tutto per il disincanto che l'uso smodato di droghe ha suggerito in chi ancora crede in uno sport pulito, esente da macchie; in secondo luogo perché troppi campioni sono apparsi all'orizzonte come meteore sparendo dalla scena nel breve volgere di poche stagioni.


Cunego, muscoli e cervello

È stato il boom del Giro d'Italia, con milioni di persone tornate ad affacciarsi sul ciglio della strada per applaudire il passaggio dei corridori, a esaltare la figura di Damiano Cunego. Ventitré anni fatti a settembre, campione del mondo juniores nel '99, veronese di Cerro (lo stesso paese di Gigliola Cinquetti), il ragazzo era partito per il Giro con il ruolo di primo gregario di Simoni. “Non ha l'età - aveva chiarito Martinelli, il suo direttore sportivo - per fare il capitano”.
L'età forse no, anche se tutto è relativo, ma i mezzi sicuramente sì. E infatti, su quei tornanti delle Dolomiti che erano stati il teatro più di cinquant'anni fa delle grandi sfide tra Bartali e Coppi, ecco l'acuto di Damiano, capace di conquistare di forza la maglia rosa e di tenerla sulle spalle fino a Milano. Ed ecco l'iperbole contenuta nei primi articoli dedicatigli dalle “penne” del Giro. “Damiano Cunego - ha scritto Claudio Gregori - è un proiettile rosa scagliato lungo la strada. Un oggetto aerodinamico, mosso da muscoli e cuore, diretto da un centro di comando vigile ed efficiente che è il cervello. Ma anche una creatura della fantasia. Ha stupito, entusiasmato. Le sue traiettorie restano come favolosi arabeschi nella storia del Giro”.
“Ha i muscoli - lo descrive Giuseppe Martinelli, il direttore sportivo che ha portato al successo nel Giro prima Pantani, poi Garzelli e Simoni - ma impressiona per il cervello. Sa analizzare a tempo di record un'infinità di dati e seleziona solo le cose migliori. Intelligente, lucido. Con la freddezza del torero nel piazzare la stoccata finale”. Ed è stata proprio la forza mentale, prima ancora che la potenza muscolare, a proiettarlo in testa alla corsa e nel cuore degli sportivi. Anche perché ha saputo sfoggiare nei momenti critici un autocontrollo stupefacente, degno di un fuoriclasse. “Ha fatto la rivoluzione - hanno scritto - con il sorriso”.
Abbiamo a che fare con un campione capace di far sognare le folle? Beppe Saronni, uno dei grandi protagonisti degli anni Settanta-Ottanta, ne è certo. “A vederlo – dice - mi ha riportato alla mente il ricordo del Giro del 1979, il primo che ho vinto. Questo suo modo di attaccare in salita, di vincere in volata, erano le mie caratteristiche. Cunego ha lo scatto bruciante, ha potenza esplosiva. Mi assomiglia anche come carattere: dietro la faccia d'angelo è duro come il diamante”.
Ciclista per caso, Damiano Cunego ha alle spalle una storia sportiva straordinaria, data la sua giovanissima età. Ha cominciato con l'hockey su ghiaccio, poi ha rivelato un talento naturale nella corsa campestre conquistando nel 1998 la medaglia di bronzo ai campionati italiani studenteschi. Poi ha optato per il ciclismo vincendo nella sua prima stagione due gare a tappe e vestendo l'anno dopo, sul circuito veronese delle Torricelle, la maglia iridata della categoria juniores. Da allora una lenta inesorabile escalation fino alla vittoria nel Giro d'Italia e nel Giro di Lombardia e alla conquista della prima piazza nella classifica dell'Unione ciclistica internazionale del 2004.
Se analizziamo la sua vita privata, colpiscono di Damiano la semplicità e la cortesia. “Il mio eroe sportivo – confida - è Valentino Rossi. Tra i personaggi del mito mi piace D'Artagnan per il gusto della sfida. Il mio libro preferito? Facile: Il Piccolo Principe. Il film che più mi ha colpito è Forrest Gump. La mia vera grande passione però è la musica: metto in testa Van Morrison e i Doors.
Altre cose di me? Ho un diploma di perito meccanico nel cassetto e una ragazza nel cuore: si chiama Margherita, studia filosofia, l'ho conosciuta ai tempi della scuola. Ho lavorato due mesi come fornaio per comprarmi la prima bici di corsa. Bevo solo Coca Cola, niente alcolici. Dimenticavo: ho una passione per le torte di mele”.


Basso, talento e volontà


Se è vero che grazie a Cunego il ciclismo italiano ha riscoperto una vena romantica a filo diretto con il passato, è altrettanto vero che altri campioni si stanno ritagliando uno spazio importante, al punto da riproporre il tema delle grandi rivalità. Accanto a quella di Damiano ha cominciato a brillare infatti anche la stella di Ivan Basso, campione del mondo “Under 23” a Valkenburg, nel 1998, e irriducibile avversario di Lance Armstrong nell'ultimo Tour de France.
Anche Ivan Basso, varesino, 27 anni, oggi nel pieno della maturità atletica, ha come Cunego qualità umane subito in evidenza. Sposato, padre di una bambina di due anni, è salito alla ribalta gradualmente, senza accelerare i tempi. “Non so fino a che punto abbia inciso il talento – osserva - e fino a che punto sia merito della volontà. Direi che la verità sta nel mezzo. Serve un certo talento di base ma serve soprattutto un bel po' di intelligenza nel sapersi gestire. Nel ciclismo non si improvvisa nulla, i risultati sono spesso il frutto delle scelte che fai”.
Proprio il duello tra Cunego e Basso nel prossimo Giro d'Italia rischia di diventare il clou della stagione ciclistica. Ivan infatti ha deciso: si concentrerà sulla corsa rosa ma non esclude di poter prendere parte a entrambe le manifestazioni. “Occorre una preparazione mirata – analizza - ma se ci riuscivano Chiappucci e Bugno non vedo perché l'impresa non possa riuscire a me. Cunego? Uno che a 22 anni vince il Giro ha sicuramente un grande talento. Non so se riuscirò a batterlo, certamente ci proverò. Qualcuno mi accusa di non avere una sufficiente cattiveria agonistica. Può darsi, accetto le critiche. Ma non voglio copiare nessuno, voglio essere soltanto Ivan Basso, nel bene e nel male”.
Se la sfida tra Cunego e Basso si animerà sulle Dolomiti, un'altra sfida tornerà a riproporsi nelle volate. Accanto all'inarrestabile Alessandro Petacchi, vincitore lo scorso anno di ben 9 tappe al Giro d'Italia, ecco infatti il mitico “Supermario” Cipollini, che a 38 anni ha ancora voglia di stupire. Un motivo in più per calamitare l'attenzione degli appassionati di un ciclismo che per apparire davvero credibile ha bisogno tuttavia di liberarsi dai tanti dubbi mai del tutto chiariti. Ci riferiamo naturalmente alle ombre suscitate in queste ultimi anni dal doping, ormai esteso anche alle categorie giovanili oltre che a quelle amatoriali.
La Federazione internazionale ha promesso controlli rigorosi minacciando di squalificare alla prima infrazione i corridori pescati positivi all'antidoping. Più che sulla repressione, tuttavia, bisognerebbe far leva sulla prevenzione, spiegando in dettaglio ai giovani i pericoli che l'uso delle sostanze eccitanti innesca. Ma serve anche un'autentica volontà di combattere il fenomeno, anche a costo di rinunciare alle lusinghe di quegli sponsor compiacenti che vogliono dai corridori “tutto e subito”. Soltanto un'utopia?

ADALBERTO SCEMMA
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©AGOSTINO LONGO
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