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È BELLO SOGNARE ANCHE PER GLI ALTRI

Gli alunni dell’Istituto Don Bosco-Valdocco incontrano Flavio Insinna. Apprezzato attore di cinema e teatro, è noto al pubblico per il ruolo del capitano Anceschi nella serie tv “Don Matteo”. Ha dato poi il volto a Don Giovanni Bosco nella fiction dedicata al santo. La sua ultima interpretazione in “Meucci”.

Ha dato il volto a Don Giovanni Bosco nella fiction tv di successo andata in onda lo scorso novembre. E oltre alla tecnica di recitazione, Flavio Insinna ci ha messo anche il cuore, superando alcuni timori nati prima di iniziare le riprese. Pensava di non essere credibile, di non riuscire a trasmettere la grandezza di Don Bosco. Così racconta il giorno prima del suo arrivo sul set: “La domenica sera sono andato nella chiesa del Sacro Cuore dei Salesiani, vicino alla Stazione Termini a Roma. A pregare? Sì, anche. Soprattutto a chiedere aiuto a Don Bosco. E ho pensato: se lui è riuscito, senza avere neanche un soldo, a costruire questa basilica e a fare quello che ha fatto, forse riuscirò anch'io a interpretare in maniera dignitosa la vita del santo”. Missione compiuta.
Don Bosco è andato così ad occupare un posto speciale nella nutrita lista di personaggi che Insinna ha già interpretato nella sua brillante carriera. Quarant’anni, di Roma, famiglia siciliana, Flavio non pensava di fare l’attore. Voleva intraprendere la carriera militare, ma il destino gli ha riservato un futuro diverso. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, dal 1986 al 1988 frequenta la scuola di recitazione di Alessandro Fersen e nel 1990 si diploma al Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti a Roma.
Da quel momento, il lavoro non gli è mai mancato. Anzi, è aumentato a poco a poco, passando da ruoli di secondo piano a quelli più importanti. Flavio non si è fatto mancare nulla: teatro, cinema e, soprattutto, televisione, dove ha ottenuto un crescente successo. Sul piccolo schermo, tra tante interpretazioni, ha rivestito i panni di un cavaliere accanto a Gassman in Crociati, del disoccupato con Banfi in Angelo il custode, del frate in Padre Pio con Castellitto. Poi è arrivato il personaggio che gli ha fatto compiere il “salto di popolarità”: il capitano Anceschi nella fiction Don Matteo, a cui si è aggiunto subito dopo don Bosco. L’ultima sua apprezzata apparizione è stata in Meucci, con Massimo Ghini, dove interpretava il tenore Lorenzo Salvi, l’amico e rivale in amore dell’inventore del telefono.
Insinna è stato ospite dell’Istituto “Don Bosco – Valdocco” di Torino, dove si è sottoposto volentieri alle domande rivolte dai ragazzi della scuola. Sorridente e gentile, non si è risparmiato nelle risposte.


L’INTERVISTA

DOMANDA: Durante la tua carriera, hai interpretato molti ruoli. Quale si è avvicinato di più alla tua personalità?
RISPOSTA: Il capitano Anceschi della fiction Don Matteo. In genere, mi piace interpretare i personaggi legati alla commedia, sono quelli che si avvicinano di più al mio modo di “essere” attore. Dal punto di vista drammatico, invece, dare il volto a don Bosco è stato il ruolo più impegnativo ed emozionante della carriera: alcune scene le porterò sempre nel mio cuore per la loro intensità.

D. Oltre a don Bosco, hai interpretato altre figure di preti e di santi. Hai mai pensato di seguire la strada del sacerdozio?
R. In effetti, tra i 14 e 15 anni, complice mia nonna particolarmente devota a Giovanni XXIII e a padre Pio, ho sentito la tonaca molto vicina. Mi ricordo ancora con affetto i rosari e le preghiere che recitavo con lei, prima di addormentarmi.

D. Che cosa hai imparato dai tuoi personaggi?
R. In linea di massima, finora ho interpretato personaggi la cui principale caratteristica era l’umiltà. E a loro provo ad ispirarmi nella mia quotidianità.

D. Quali sono state le persone importanti della tua vita?
R. I miei genitori. Con il loro esempio mi hanno trasmesso valori fondamentali: lealtà, tolleranza, rispetto. Ancora oggi, quando ho un dubbio, penso a come si comporterebbe mio padre e agisco di conseguenza.

D. E nell’arte?
R. Sono convinto che ogni esperienza serva ad arricchire il bagaglio professionale di un attore, anche quella meno felice. Se però devo fare un nome, allora cito Gigi Proietti, che considero il mio maestro. Ha una straordinaria capacità di aiutarti. Prima ancora di valorizzare i tuoi pregi, pensa ad eliminarti i difetti. È un metodo che favorisce l’apprendimento.

D. Volevi fare il carabiniere e in Don Matteo, anche se per finzione, ci sei riuscito. Cosa hai provato a indossare la divisa?
R. È stato un po’ come coronare un sogno. Da bambino, infatti, dopo il solito periodo in cui si progetta di fare l'astronauta o il portiere della più grande squadra di calcio del mondo, ho cominciato ad ammirare i carabinieri. Del resto, con un nonno ufficiale durante la prima guerra mondiale e mio padre ufficiale medico sulla nave scuola Amerigo Vespucci, era quasi impossibile non sentire il richiamo della vita militare. In ogni caso, se potessi tornare indietro, oggi non farei l’attore né il carabiniere, ma il medico.

D. In che misura è importante il successo?
R. Il successo “vero” è avere una famiglia su cui contare e degli amici fidati, come il mio “vecchio” compagno di banco di prima elementare, con cui vado allo stadio. La popolarità fa piacere, naturalmente, ma so anche che può svanire così come è arrivata. Quindi, rimango sempre con i piedi piantati in terra e cerco di vivere con serenità.

D. E l’amore?
R. Sono single, pur credendo nell’amore. Un paio di volte sono arrivato a un soffio dal matrimonio, ma ci ho ripensato: credo troppo nell’unione di due persone e non mi sento ancora in grado di offrire garanzie.

D. Hai conosciuto bene i salesiani, passando anche un giorno intero nella casa di Don Bosco a Valdocco. Qual è, secondo te, il ruolo che essi svolgono nella società e nella Chiesa?
R. Un ruolo delicato: creare spiriti sani. Non basta temprare i ragazzi con lo studio, è necessario prepararli al mondo esterno. Non a caso, in passato, si diceva: “Mentre molti si affannano a fare l’Italia, Don Bosco forgia gli italiani”. La sua missione è continuata bene.

D. Quale aspetto ti è piaciuto di più di Don Bosco? Quello che si batte per la sopravvivenza dei ragazzi poveri e abbandonati o il santo che compie prodigi ed è circondato da tanta simpatia?
R. Victor Hugo lo definì un uomo da leggenda. Aveva ragione. Ognuno dei suoi aspetti forma la sua straordinaria personalità e quindi è impossibile scegliere. Ha realizzato una cosa bellissima dedicando la sua vita ai ragazzi e insegnando loro quanto sia importante amare ed essere amati. Mi emoziona, in particolare, una sua frase: “Maestro delle cose terrene, alunno dei sogni”. È così che lo immagino, con i piedi per terra e gli occhi rivolti al cielo. Lui sognava in grande per gli altri. È una bella sensazione.

D. A un ragazzo di oggi, spesso disorientato e alla ricerca di valori solidi, che cosa consiglieresti?
R. Un unico suggerimento: non dedicarti solo a te stesso. A ben vedere, questa è un po’ la trappola in cui rischia di cadere un attore. Lo riassume magnificamente lo scrittore Italo Calvino in una frase: “L’io è il pidocchio del discorso”. Questo per dire che è sempre meglio cercare l’ombra della discrezione piuttosto che la luce della ribalta. In fondo, siamo tutti come gocce nel mare: dobbiamo servire a qualcosa, trovare la forza di dedicarci agli altri e poi anche a noi stessi.

D. Che cosa sogni?
R. Una vita serena. Desidero essere un amico leale, godermi la mia famiglia e ogni tanto avere in regalo una giornata come questa passata a Valdocco. Sperando di essermela meritata.

ANGELO PALMA
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©AGOSTINO LONGO
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