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I 2 NUMERI 1

Dida e Buffon: non si passa dalle loro parti. Il primo concede poco alla platea; il secondo è più estroverso. Entrambi fortissimi tra i pali, sono diventati i nuovi protagonisti del campionato italiano.

I nuovi eroi del calcio non seminano più il terrore in area di rigore, non esaltano più le folle segnando gol da favola. I nuovi eroi usano i piedi soltanto in caso di emergenza: i loro strumenti abituali sono due mani gigantesche che si chiudono a tenaglia sul pallone. Stiamo assistendo insomma a un cambio radicale di tendenza: i ragazzi che prima sognavano di imitare Ronaldo e Vieri, oggi piazzano Buffon e Dida in cima alla propria personale hit parade dei personaggi da imitare.
Un colpo di mano? Si può dire di sì, parafrasando. Anche se le mani di Buffon e di Dida, i portieri più bravi del momento, non raccontano certo di un blitz improvviso: il successo, il bel calcio, sono sempre il frutto di un impegno costante, di un esercizio ripetuto all'infinito, di una applicazione più forte di qualsiasi difficoltà.
Buffon, per esempio, è cresciuto nel Parma alle spalle di Taffarel. Sin da giovane era apparso facile pronosticargli una grande carriera, quasi fosse un predestinato, e tuttavia non ha avuto fretta di sfondare, ha assecondato i ritmi della vita - non solo di quella sportiva - per compiere gradualmente la giusta maturazione. La parola d'ordine, nel suo caso, è soprattutto una: l'equilibrio.
Diversa invece l'escalation di Dida, cresciuto più lentamente, riemerso dopo una crisi che sembrava irreversibile e diventato oggi, grazie anche alla difesa superblindata del Milan, una sorta di mito consolidatosi attraverso tutta una serie di prestazioni impeccabili, con molte concessioni alla concretezza ma scarsissime alla platea. Ed è proprio la regolarità di rendimento, prima ancora che la spettacolarità degli interventi a giustificare la stima di cui Dida gode oggi nel mondo del calcio.

Dida: “Il calcio è divertimento”
Una stima che lo ha issato in queste due ultime stagioni (dai rigori parati a Manchester in Champions League in poi) dritto al fianco di Gigi Buffon nella speciale classifica mondiale dei “numeri 1”. Davvero impensabile se pensiamo che soltanto quattro anni fa Dida era stato liquidato dalla critica con un appellativo senza possibilità di repliche: “bidone”.
Pesava nel giudizio il doppio errore compiuto a Leeds prima (un pallone-saponetta sfuggitogli letteralmente dalle mani) e a Parma poi (doppietta perfida di Mboma). Ma a Dida, in realtà, non erano state concesse prove di appello: la presenza al “Tardini” sarebbe rimasta l'unica in campionato nell'arco di due stagioni, relegato addirittura al ruolo di terzo portiere dopo Sebastiano Rossi e Abbiati, mentre persino in Brasile (prestito al Corinthians) aveva corso il rischio di finire stabilmente in panchina.
“Pur di giocare - ricorda Dida - avevo accettato di trasferirmi a Lugano. Quattro o cinque mesi di calcio anonimo, che mi sono serviti per rimanere in forma. I problemi del mio primo periodo milanese? Acqua passata, del resto non ho mai perso la fiducia in me stesso. Da piccolo giocavo nel Cruzeiro di Alagoas, una squadretta dilettantistica e sognavo come tutti i bambini brasiliani di diventare un grande attaccante. Ma i ruoli erano già tutti coperti, mancava solo il portiere e mi hanno spedito subito in porta con la scusa che ero uno spilungone e che avrei potuto respingere facilmente i palloni alti. Non me la sono presa. Ma ho promesso a me stesso che sarei diventato un grande portiere”.
A Milano si è ambientato con facilità, a dispetto di chi la considera una città freddina, poco adatta a un brasiliano.“Non ho avuto nessun problema. La gente mi ha accolto subito con molta simpatia. E poi a Milano vive una colonia brasiliana molto numerosa, è stato facilissimo ambientarsi. Frequento regolarmente due o tre ristoranti dove servono i piatti del mio Paese: ci troviamo con gli amici, non c'è tempo per la saudade perché sono tali e tanti gli impegni che il tempo scorre velocissimo. E comunque a Milano ho la mia famiglia, mia moglie e i miei figli: passo con loro la maggior parte del mio tempo libero”.
L'idolo di Dida è Taffarel, l'ex-portiere del Parma che ha vinto due titoli mondiali con il Brasile e che ha fatto da maestro proprio a Gigi Buffon. “Taffarel è stato un grande – dice - sia come giocatore che come uomo. L'ho sempre considerato un modello, soprattutto per la semplicità che lo caratterizzava. In Brasile viene citato spesso come esempio da imitare nella vita privata, basti ricordare il suo impegno in favore delle adozioni a distanza. Di una cosa in particolare gli sono grato: mi ha insegnato a considerare il calcio un lavoro ma anche e soprattutto un divertimento”.

Buffon: “Giocavo a centrocampo”
A considerare il calcio un divertimento, prima ancora che una professione, ci ha provato a lungo anche Gigi Buffon. La sua è una famiglia di sportivi, in un certo senso ha avuto a disposizione l'ambiente migliore in assoluto: il padre Adriano è stato azzurro nel getto del peso, medaglia d'argento ai campionati europei juniores, la madre Maria Stella Masocco è stata a lungo primatista italiana del getto del peso e del lancio del disco conquistando addirittura venti titoli nazionali; le sue sorelle Guendalina e Veronica hanno giocato a lungo nella serie A di pallavolo arrivando anche alla Nazionale, lui stesso ha dato l'impressione da ragazzino di poter emergere in qualsiasi disciplina sportiva.
“Tra atletica e pallavolo – ironizza - non ho mai avuto dubbi: infatti ho scelto subito il calcio! A sei anni i miei genitori mi hanno iscritto alla Scuola calcio Canaletto di La Spezia, poi tra i “pulcini” sono passato al Perticata, una squadra di Carrara. Il mio ruolo? Giocavo un po' dappertutto, anche a centrocampo. Pochi sanno che il mio debutto a San Siro è avvenuto proprio da centrocampista.
Avevo dieci anni ed ero stato convocato nella rappresentativa della Toscana che doveva incontrare quella del Veneto. Giocammo a San Siro prima di Inter-Verona, era il campionato 1988-'89, l'ultimo vinto dall'Inter. Segnò Nicolino Berti. Un'emozione difficile da descrivere soprattutto per me visto che avevo l'occasione di veder giocare il mio idolo”.
Viene da pensare a Walter Zenga, naturalmente, ma Gigi con un sorriso smentisce. “Macchè! Giocando a centrocampo avevo scelto Lothar Matthaeus come punto di riferimento. All'epoca andavo matto per il Pescara di Galeone, facevo il tifo per il Genoa: insomma, mi piacevano i personaggi e le squadre fuori dai canoni tradizionali. Da portiere, infatti, il mio mito era Thomas N'Kono, il grande numero uno del Camerun”.
Arriva comunque presto per Buffon la scelta di diventare estremo difensore. “Accade dopo il Mondiale di “Italia 90”. Tempo un anno e avevo già addosso gli occhi di molte squadre: il Milan, il Bologna, il Parma. Scelsi Parma perché era la città più vicina a casa. I miei non mi osteggiarono: fare sport era una tradizione di famiglia, e comunque non ero certo una testa calda, godevo in pieno della loro fiducia”.
Quattro stagioni nelle formazioni giovanili poi, a 17 anni, il debutto in prima squadra. Carriera precoce, quella di Gianluigi Buffon. Da allora ha fatto passi da gigante migliorando moltissimo sotto il profilo tecnico e confermando sempre una grande maturità. Il passaggio alla Juve, la conquista di due scudetti e la consacrazione a miglior portiere del mondo (il riconoscimento della Fifa gli è arrivato quest'anno per la seconda volta consecutiva) sono stati una conseguenza quasi logica.
E tuttavia, nonostante i successi e la popolarità, Gianluigi è rimasto il ragazzo semplice di un tempo. Mai una parola fuori posto, la medesima serenità sia dopo una vittoria che dopo una sconfitta. Regole che, a ben vedere, ha fatto sue anche Dida. Con tanti saluti a chi è convinto che un portiere, prima di tutto, debba essere per forza “un po' matto”.

ADALBERTO SCEMMA
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©AGOSTINO LONGO
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