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LA TERRA FA ACQUA

Il 18% della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile. In Africa quasi 300 milioni di persone attingono ogni giorno a fonti contaminate. Malattie, guerre, sfruttamento. E noi che cosa possiamo fare?

L’ultimo racconto di Umberto Eco è dedicato ai ragazzi e fa paura. L’ha scritto in occasione della “Giornata mondiale dell’acqua”, per sostenere i progetti idrici in Africa. Un padre si rivolge al figlio che non ha mai visto la pioggia e l’acqua la consuma soltanto in pillole: “Vedi laggiù quei contadini che spargono sulle palme la polvere di H20 Synt 4? Ecco, una volta invece sulle piante cadeva l’acqua”. “Come faceva a cadere, se stava in basso, nelle autostrade e nelle valli?”. “Difficile da immaginare - risponde il papà - ma l’acqua cadeva anche dal cielo. Il cielo adesso ti sembra tutto nero, allora era azzurro e pieno di una specie di lana bianca, che a un certo punto si disfaceva e cadeva giù l’acqua sotto forma di gocce”. “Gocce?”. “Sì, palline, perline, quasi come quelle che si formano sulla tua pelle al mattino quando per pulirti ti nebulizzi con H20 Synt 15. Solo che erano bagnate”. “Io non so che cosa voglia dire bagnato…”.
Il finale è drammatico: lo scrittore ad un tratto si ricorda che al mondo esistono davvero ragazzi così, che “conoscono solo deserti solcati da crepe e vene di sale, e l’acqua non la vedono quasi mai, e quando arriva è razionata”. Purtroppo non è una storia di fantascienza.

I pozzi inquinati
Se per bere in futuro s’inghiottirà una pillola, chi non avrà i quattrini per comperarla morirà di sete. E non soltanto di sete, perché l’acqua è essenziale per la salute. Quando manca, ti ammali: già oggi le persone colpite da infezioni legate alla mancanza d’acqua potabile e ai servizi sanitari di base sono più di un miliardo l’anno. Si calcola che l’acqua contaminata causi l’80% delle morti nei Paesi in via di sviluppo.
La povertà è molto più che un semplice riflesso del nostro potere d’acquisto: riguarda anche la mancanza di accesso alle cure mediche, all’educazione, a un minimo di complessiva sicurezza di vita. Eppure il 20% del mondo oggi consuma l’80% delle risorse naturali ad un ritmo tale che il pianeta non riesce a rigenerare. La vera sfida del secolo sarà sradicare la povertà, conservando il mondo.
Il mondo è di tutti, ma l’acqua sembra sia privilegio di pochi. Per averla si fanno le guerre. E la situazione è destinata a peggiorare: secondo le agenzie internazionali, la maggior parte dei prossimi conflitti sarà proprio causata dalla mancanza di acqua potabile. Un fatto è certo: se i Paesi ricchi continueranno a consumare risorse a discapito di quelli poveri, innescheranno meccanismi sempre più pericolosi: carestie, aumento dei profughi, catastrofi ambientali.
Per ridurre le tragedie provocate dai pozzi inquinati in Africa, alla fine dello scorso marzo è partita una campagna delle Nazioni Unite che durerà un decennio e impegnerà molte risorse economiche. Sono 288 milioni le persone - il 42% della popolazione totale - che nel Continente nero attingono l’acqua a fonti contaminate. Ha detto Kofi Annan, segretario generale dell’Onu: “Non sconfiggeremo l’Aids, la tubercolosi, la malaria o nessun’altra malattia infettiva finché non saremo in grado di vincere la battaglia per l’acqua potabile”.
Si tratta di stragi silenziose, come quella che compie la diarrea ogni anno causando 1.800.000 vittime, il 90% delle quali sono bambini concentrati nelle nazioni del cosiddetto Terzo Mondo. Stragi evitabili: costruire un pozzo in Africa costa duemila euro e cambia la vita della 300 persone che abitano in media un villaggio.
In particolare migliora l’esistenza di donne e bambine, sulle quali ricade il compito dell’approvvigionamento idrico: sono loro a portare le taniche in bilico sulla testa, trasportando acqua da pozzi lontani molti chilometri. “Una ragazza che non deve camminare tutto il giorno può studiare e se studia potrà avere un lavoro, guadagnare e costruire una famiglia, dunque non sarà più schiava del marito”, dicono gli esperti dello sviluppo.

Rubinetti a pagamento
Il globo è circondato dall’acqua, ma per il 95,5% è salata. Quella dolce si trova nei ghiacciai (68,9%), nelle falde acquifere (30,8%), nei laghi e nei fiumi (0,3%). Le previsioni sono tutt’altro che ottimistiche, a cominciare dai ghiacciai: su 1.114 censiti, nel 1989 ne risultavano scomparsi 307.Gli altri continuano a ritirarsi e gli esperti preannunciano la loro estinzione entro il 2.100.
Le falde acquifere si stanno prosciugando: il nuovo ciclo delle piogge, più brevi e violente, e soprattutto i concimi chimici per l’agricoltura fanno aumentare le aree inaridite. Laghi e fiumi sono ormai avvelenati, come i canali di Venezia dove recentemente è stato scoperto un “tesoro” tossico fatto di tonnellate di piombo, zinco, idrocarburi e persino di arsenico e pesticidi che si sono depositati nel corso degli anni.
Il 18% della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua potabile. E adesso s’affaccia un altro problema: la privatizzazione delle risorse idriche. Un fenomeno in aumento che alimenta il rischio di sostituire alle taniche rubinetti a pagamento. Acqua pulita, ma per molti ugualmente inaccessibile.
Una direttiva della Comunità europea concede di imbottigliare e vendere la comune acqua del rubinetto. E cioè le aziende degli acquedotti potranno vendere a mezzo euro lo stesso litro d’acqua che in bolletta costa molto meno di un centesimo. Comico, se non fosse drammatico. Soprattutto se l’acqua non fosse un diritto e un bene comune dell’umanità.
Su questi principi, in primavera, si è svolto a Ginevra il secondo Forum mondiale alternativo per l’acqua. Circa 1.200 esperti di tutto il mondo hanno approvato la richiesta di una tassa di solidarietà sul servizio idrico e l’istituzione di un Parlamento mondiale per l’acqua, che si riunirà per la prima volta nel 2006 a Bruxelles. Si è stabilito il principio che il finanziamento delle opere idriche deve essere pubblico e la sua gestione democratica, in modo da sottrarre l’acqua alla speculazione finanziaria del “cartello dell’oro blu”.
E noi, nel nostro piccolo, che cosa possiamo fare? Il nostro Paese è lungo, diverso. Mentre il Nord è pieno di fiumi e di bacini, che con poche piogge diventano rovinosi, il Sud è un deserto ancora più riarso dalla dissennatezza dei predatori di acqua pubblici e privati. Gli acquedotti sono colabrodi, i rubinetti hanno orari di servizio e più spesso sono secchi.
Una piaga antica, adesso peggiorata. Nei libri degli scrittori meridionali c’è l’ossessione dell’acqua. In Fontamara di Ignazio Silone, la rivolta dei cafoni comincia quando un latifondista ruba un ruscello, con il quale intende irrigare soltanto i suoi campi. Grazie Deledda racconta che per intrappolare i banditi, i carabinieri si appostavano nei pressi delle fontane: lì prima o poi sarebbero arrivati per dissetarsi. Ha scritto Corrado Alvaro, nato a San Luca, nell’Aspromonte: “Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: troverete l’acqua buona”.
Ora è più facile trovare un liquido marrone. Eppure quella poca acqua buona che è rimasta, riusciamo anche a sprecarla. Siamo un Paese con frequenti crisi idriche, ma consumiamo acqua più di ogni altro Stato europeo. Ci laviamo i denti con il rubinetto aperto, pochi hanno sciacquoni con getti differenziati, diamo acqua potabile alle piante. Il tutto significa 250 litri il giorno a testa, contro i 140 dei tedeschi, per esempio, che non sono meno puliti di noi. Colpa di una maleducazione inestirpabile? Si direbbe di no, se in Emilia Romagna, dove è stata condotta una martellante campagna contro gli sprechi, in pochi anni il consumo si è ridotto alle medie europee.

ROMEO REPETTO
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