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I SIMPATICONI DEL POLO

Diventati stelle del cinema grazie a un film che li celebra, i pinguini seri pericoli di sopravvivenza. Abili nuotatori, si muovono bene anche sulla terra ferma, ma sovente perdono l’orientamento. Una clinica tutta per loro pensa però a curarli.

L’unico ospite fisso è Ipirello, un leone marino trovato ferito su una spiaggia dieci anni fa. È anziano, non ci vede da un occhio e se tornasse in mare non riuscirebbe a sopravvivere. È un po’ la mascotte del cosiddetto ospedale dei pinguini che si trova a Rio Grande, la città più meridionale del Brasile, quasi al confine con l’Uruguay, dove tira un forte e freddo vento per buona parte dell’anno.
In questa “speciale” clinica gli altri animali, in prevalenza pinguini, al contrario di Ipirello, sono solo di passaggio: rimangono il tempo necessario per guarire, riprendere le forze e poi rituffarsi nell’Atlantico. Nell’ospitale centro, i simpatici “maggiordomi” pennuti bianchi e neri, provenienti dal lontano sud, ritrovano il peso forma e buone condizioni di salute. Imboccati se non riescono a mangiare da soli, vengono riabituati gradualmente all’acqua gelata con frequenti immersioni in grandi vasche.
Veterinari specializzati fanno ai pinguini regolari prelievi di sangue, li pesano ogni giorno e controllano le piume: infatti, li lasciano liberi solo quando tutto il piumaggio è ricresciuto perfettamente. Per questo, alle volte, rimangono nella clinica di Rio Grande per oltre un anno: senza questa protezione, non sarebbero in grado di affrontare il viaggio di ritorno a nuoto verso la loro terra d’origine, la Patagonia.
L’ultima storia a lieto fine riguarda undici pinguini, trovati esausti sulle calde spiagge di Rio de Janeiro. Con ogni probabilità, avevano sbagliato rotta e dopo un viaggio in mare di migliaia di chilometri erano affaticati e deperiti. Imbarcati su un aereo per Rio Grande, hanno ritrovato la forma all’ospedale per poi puntare, una volta liberi, verso i più abituali climi gelidi.


LA FUGA DALLA PATAGONIA

La perdita della rotta da parte degli undici pinguini non è purtroppo un episodio isolato. Da qualche anno, sui litorali a metà strada tra la Patagonia argentina e le spiagge tropicali, approdano, il più delle volte moribondi, moltissimi pinguini della specie chiamata “di Magellano” (o magellanica). Questi animali, alti circa 67 centimetri, abitano di solito le coste dell’America del Sud, dal Cile centrale alla Terra del Fuoco fino alle isole Falkland. L’acqua è il loro elemento naturale, ma si sono adattati bene anche sulla terra ferma.
Formidabili sommozzatori con una resistenza fuori del comune, i pinguini di Magellano si stanno spingendo verso l’Equatore in numero crescente. Si tratta di un fenomeno inspiegabile per gli scienziati. Essendo una specie migratoria, è normale che viaggino per distanze considerevoli ma, negli ultimi anni, sono stati trovati esemplari addirittura a Bahia e Maceiò, a cinque, seimila chilometri dalla Patagonia.
Gli scienziati pensano che, tra le possibili cause, vi siano l’aumento della temperatura terrestre e le variazioni delle correnti: questi fenomeni, infatti, potrebbero disorientarli e allontanarli dalle rotte abituali. Un’altra ipotesi è legata alla pesca intensiva delle sardine, di cui sono ghiotti, al largo delle coste argentine: trovando meno cibo a disposizione nelle loro zone abituali, i pinguini si spingerebbero verso il Brasile, dove invece questa attività è più limitata.
Di solito, sono quasi sempre gli esemplari giovani, quindi inesperti, che si spingono lontano dal loro ambiente, forse per correre dietro a veloci gruppi di pesci. Così, alla fine dell’“inseguimento”, sono spossati e disidratati, pieni di parassiti. Molti, avendo perso la metà del loro peso, muoiono quasi subito dopo aver toccato terra.
Fino a poco tempo fa, i superstiti finivano per passare il resto dei loro giorni negli zoo locali. Ora sono soccorsi direttamente sui litorali di approdo e portati in aereo alla clinica di Rio Grande. Al rilascio, hanno un anello di identificazione che permette di seguire i loro spostamenti.


“OASI” TRA I GHIACCI

Tenuti sotto attenta osservazione con i satelliti, i ricercatori dell’Università californiana di Stanford hanno scoperto che i pinguini amano stabilirsi in vere e proprie oasi, dette “polinie”, frequentate da foche, balene e svariate specie di uccelli marini. Queste aree si formano grazie ai forti venti continentali, che staccano dalla costa antartica piattaforme di ghiaccio trascinandole in mare aperto.
Il fenomeno determina la formazione di veri e propri “stagni” circondati dai ghiacci, caratterizzati da un’intensa fioritura di minuscoli organismi, il plancton. Esso produce le sostanze di cui si nutrono i krill, piccoli crostacei particolarmente appetiti dai pinguini che, quindi, si concentrerebbero intorno agli “stagni” proprio per l’abbondanza del loro cibo preferito.
Subacquei agili ed eleganti, i pinguini se la cavano bene anche sulla terra. Riescono a correre con discreta velocità mantenendosi in equilibrio grazie alle ali distese all’indietro e fare balzi addirittura più lunghi del loro corpo. Invece, per spostarsi velocemente sulla neve o sul ghiaccio, “slittano” sulla pancia, spingendosi in avanti con le ali e frenando con le zampe. E quando devono sfuggire a un predatore, per esempio il leone marino, si muovono con una serie di piccoli tuffi a pelo d’acqua, emergendo solo per respirare.


GRANDI E PICCOLI

Se tutti i pinguini hanno fitte penne a forma di lancia, molto rigide e corte che formano un folto e soffice piumino, si differenziano tra loro per le dimensioni. La specie più grande e numerosa è formata dagli “imperatori”. Vivono nell’Antartide, pesano una quarantina di chili con un’altezza che può raggiungere il metro e venti.
Segue il pinguino “reale”, alto circa un metro, tredici chili, che abita sulle fredde isole rocciose del circolo polare antartico battute dal vento. Il più piccolo in assoluto è chiamato pinguino “delle fate” o “blu”: è piuttosto aggressivo nonostante i suoi scarsi trenta centimetri d’altezza.
Maggiori sono le sue dimensioni, più il pinguino riesce a stare sott’acqua: per questo è all’imperatore che viene assegnato il primo premio per un’apnea di ben diciotto minuti. Non solo: scendendo fino a trentanove metri sott’acqua, questo esemplare è anche campione d’immersione. Record che rimangono un mistero per gli scienziati: non sono ancora riusciti a spiegarsi come riesca a stare tanto tempo senza respirare e a sopportare durante l’immersione i numerosi bruschi balzi di pressione.

GIANNA BOETTI
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