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BALENE: L’ULTIMO CANTO

Ha fatto il giro del mondo la storia d’inizio anno della balena avvistata direttamente nel cuore di Londra. Finita nelle acque del Tamigi, forse per aver perso l’orientamento o perché malata, non è riuscita purtroppo a sopravvivere a lungo. Dirette televisive hanno seguito i suoi movimenti e i tentativi di salvarla. Ma ogni intervento è risultato inutile: probabilmente, anche la quantità di barche che gli giravano intorno, i rumori, l’ambiente estraneo, hanno disorientato e stremato ancora di più il cetaceo, abituato a vivere in acque molto profonde dell’Atlantico settentrionale.

Come ingannare le leggi
Sempre nello stesso periodo, le balene hanno fatto parlare di sé per un altro motivo: la ripresa della loro caccia da parte del Giappone. Anche se dal 1986, per un accordo internazionale, è vietata la cattura commerciale dei cetacei ed è consentita solo quella per motivi scientifici, lo Stato nipponico ha proseguito quasi senza sosta nelle sue spedizioni.
Infatti, sin dal 1987 ha avviato un programma di “ricerca” che, secondo alcuni studiosi, può fornire dati preziosi sull’ecosistema antartico. In realtà, non è altro che una caccia mascherata per rifornire i mercati del pesce e i ristoranti del Paese, dove la carne di balena è molto richiesta. Comunque sia, il Giappone ha finito per sopprimere negli anni circa 7.000 esemplari.
Sulla carta, la caccia ai grandi cetacei è regolamentata dalla “Commissione Baleniera Internazionale”, costituita nel 1946, che comprende i delegati di una quarantina di nazioni, tra cui l’Italia, che vi ha aderito nel 1990. Questa Commissione, che ha lo scopo di garantire la tutela delle balene, già nel 1982 deliberò l’abolizione della caccia per fini commerciali. Tuttavia, negli anni, permise la cattura a “scopi scientifici”: fino ad oggi, sono state massacrate in questo modo più di 24.000 balene. Ad esempio, la sola Islanda, che come il Giappone continua a inseguire i cetacei “in nome della ricerca”, ha ucciso, solo nel 2003, 38 balenottere minori e 25 nel 2004.

Appelli per la salvezza
A nulla sono serviti i richiami della “Commissione Baleniera Internazionale” per fermare le missioni giapponesi: anzi, l’agenzia della pesca ha più che raddoppiato, per il 2006, la quota da abbattere, arrivando a 935 balenottere minori e aggiungendo 10 balenottere comuni, specie minacciata d’estinzione. E, tra la fine del 2005 e l’inizio di quest’anno, la caccia è ripartita.
Diciassette Paesi, tra cui Italia, Francia, Nuova Zelanda, Portogallo, Finlandia, hanno chiesto inutilmente al ministro degli Esteri e a quello della Pesca del Giappone di smettere immediatamente; le associazioni ambientaliste sono giunte direttamente nei luoghi di caccia, nelle acque antartiche. Qui, con le loro imbarcazioni, hanno cercato di ostacolare l’attività delle grandi navi della flotta nipponica nel tentativo di salvare le balene.
Queste acque, dal 1994, sono un “Santuario di protezione dei cetacei”, zona tra l’altro non priva di problemi: i “krill”, infatti, piccoli crostacei principale fonte di cibo di balene, foche e pinguini, dagli anni Settanta sono diminuiti dell’80%. Una minaccia in più per la loro sopravvivenza. Secondo gli scienziati, nell’ultimo decennio la popolazione di balenottere dell’Antartide si è addirittura dimezzata.

Non “rubano” pesci
C’è chi sostiene che la caccia è anche utile per contenere il numero dei cetacei, “colpevoli” di nutrirsi di pesci destinati ad alimentare altre specie, oltre che finire sui mercati ittici. In realtà, ricercatori di ogni angolo del mondo hanno dimostrato che non sono le balene a dare la caccia ai loro simili ma soprattutto gli altri pesci. E, a proposito di “caccia”, proprio le reti da pesca costituiscono un’altra seria minaccia per i cetacei.
Secondo una ricerca del WWF, il bycatch, ovvero la cattura casuale di pesci, è in tutto il pianeta una delle principali cause di morte per delfini, focene e balene. E molti cetacei, avendo bisogno di risalire in superficie per respirare, finiscono intrappolati sott’acqua nelle reti, che raggiungono anche i dieci chilometri di lunghezza.
I dati parlano di circa 300.000 cetacei uccisi ogni anno nelle acque di tutto il globo dalle reti da pesca. Eppure qualcosa si potrebbe fare: negli Stati Uniti, tra il 1993 e il 2003, le modifiche introdotte nelle attrezzature da pesca hanno ridotto di un terzo il bycatch dei cetacei rispetto ai periodi precedenti. Ma, finora, poche di queste efficaci misure sono state esportate in altri Paesi. E le balene continuano ad essere in pericolo.
GIANNA BOETTI
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©AGOSTINO LONGO
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