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I BABY-SOLDATO NON SPARANO PIÙ

La scuola è una radura circondata da campi secchi e qualche casa di fango, con il tetto di foglie di palma impastate nello sterco di vacca. Le aule non hanno né banchi, né sedie. Gli allievi sono seduti in circolo, i quaderni sulle ginocchia, attorno a un grande albero dal quale pende una lavagna. La campanella è un cerchione d’auto che i maestri battono con un ferro per richiamare 14 classi, 1.200 alunni. Non tutti hanno un albero in mezzo e qualche classe deve accontentarsi di un pezzetto di lavagna. Ma qui non scoppiano bombe, nessuno spara e quando finisce la lezione, si mangia.
Siamo alla periferia di Rumbek, città del Sudan meridionale. Il silenzio ogni tanto è rotto dagli aerei dell’esercito sudanese che vanno a bombardare i villaggi nel nord Darfur. La guerra non è lontana e questi studenti la conoscono bene, sanno quanto sia crudele. Dopo i bombardamenti, di solito arrivano i “janjaweed”, miliziani arabi a cavallo o a dorso di cammello, per completare il lavoro: ammazzare i sopravvissuti, abusare delle donne, rapire i bambini. Accade quasi ogni giorno, da 22 anni e nessuno è riuscito a fermare un genocidio che ha dimensioni immense: 2 milioni di morti, 4 milioni di profughi. Una vergogna per l’umanità.
Nel maggio di quest’anno è stato firmato un accordo tra il governo e una fazione di ribelli che prevedeva il disarmo dei “janjaweed”. Ma nessuno ha rispettato i patti. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva deciso d’inviare una forza di pace di 20 mila Caschi blu. Ma poiché Cina e Russia minacciavano di porre il veto, è stato aggiunto un codicillo: la missione si farà solo se vorrà accettarla il governo del Sudan, proprio quello che è considerato il mandante dei massacri.
La spiegazione? In Darfur si combatte una guerra segreta tra Stati Uniti, Cina e Russia. Il Sudan dava ospitalità a Osama Bin Laden ed era stato messo dagli Usa nella lista dei “Paesi canaglia”. Così le compagnie petrolifere americane che esploravano il Sud del Paese, ricco d’oro nero, sono state costrette ad andarsene, subito rimpiazzate dai cinesi assetati di risorse energetiche per alimentare il loro sviluppo. A sua volta la Russia, per non essere tagliata fuori, ha rifornito il Sudan di ogni genere di armi. E così la strage continua.
Ma anche nelle situazioni più disperate, c’è sempre un motivo di speranza: adesso in Sudan si torna a scuola per scappare dalle bombe e dalla miseria. Per guardare avanti e costruire il futuro di un Paese ridotto in macerie.
In mezzo a ragazzi di 9-10 anni, anche Daniel impara a leggere e a scrivere. Lui è alto un metro e novanta, ma frequenta la terza elementare, perchè quando aveva 11 anni gli hanno messo in mano un mitra e da allora la sua adolescenza se l’è presa la guerra. Racconta con gli occhi bassi e la voce ferma: “Sono stato soldato per 8 anni, arruolato nell’esercito di liberazione del Sud. Non so se ho ucciso qualcuno. Mi ricordo soltanto il rumore degli spari, tanto rumore, e anch’io sparavo”. È fiero quando dice: “Mi sono battuto per la mia gente. La guerra è brutta, ma non avevo scelta”.
James e Manute sono reduci di vent’anni. Erano commilitoni da quando ne avevano 10, ora sono compagni di scuola. James mostra i segni di una ferita alla schiena, Manute è stato più fortunato. Lui si è arruolato quando i musulmani del Nord uccisero suo padre: “Ero con mio fratello, poi lui è morto. Sono stato al fronte. Partivano gruppi di 20 o 30 soldati e ne tornava la metà”. Grazie a corsi accelerati pensati per i ragazzi grandi, è in ottava classe, l’ultima. “L’anno prossimo – spiega - andrò alle secondarie e poi all’università: voglio diventare ministro della Difesa per proteggere la mia gente”. Però confessa che di notte ha ancora gli incubi: sogna le sparatorie nella boscaglia.

Maestri volontari
All’appello mancano un milione e mezzo di studenti, ma gli alunni affollano di nuovo le scuole e compaiono anche le ragazze. Sono i primi segnali di normalità in questa terra verde bagnata dal Nilo, piena di mine, ma con una grande voglia di tornare a vivere.
I problemi sono tanti. Il governo del Sud, meno di un anno di vita, non ha i soldi per gli stipendi e i maestri lavorano gratis. Mancano anche i viveri. Un accordo con il governo prevedeva che gli aiuti internazionali del World Food Programme sarebbero arrivati solo se fosse ripreso il pagamento dei salari agli insegnanti. “E quindi niente cibo - spiega un maestro - perché l’Onu teme che lo terremmo noi invece che darlo ai bambini”.
Non c’è quasi nulla, mancano anche i controlli sulla distribuzione degli aiuti umanitari e sui ricavi della vendita del petrolio che il Sud, ricco di pozzi, divide a metà con il Nord, vero Stato sovrano. Ma le attese sono tante e già si parla di “Nuovo Sudan”.
Il Sudan è soltanto uno dei 30 Paesi in guerra. Oggi il diritto all’istruzione è negato a 115 milioni di ragazzi, pari al 18% dell’intera popolazione mondiale in età scolare. Di questi, 43 milioni, ossia quasi uno su tre, vive in Paesi attualmente in guerra o reduci da guerre. Il più alto numero di bambini esclusi dall’istruzione sono in Pakistan e Nigeria (oltre 7 milioni), in Etiopia (6 milioni), in Congo (5 milioni) e in Sudan (quasi 2 milioni e mezzo). Sono Paesi in cui scarseggiano gli insegnanti qualificati, mancano i materiali didattici e sono approssimativi gli edifici scolastici.
In queste situazioni si può “riscrivere il futuro”? Si può cambiare il destino di milioni di ragazzi, salvandoli da un domani di povertà e paura? Secondo Save the Children, la più grande organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei bambini, la risposta è sì. Sì, se si agisce cominciando dalle radici della società. E quelle radici, oggi fragili ma destinate a crescere, sono i bambini.
Save the Children è nata a Londra nel 1919 grazie a Eglantyne Jebb, infermiera volontaria, e a sua sorella Dorothy, per curare le sofferenze dei più piccoli durante la prima guerra mondiale. Oggi è attiva in oltre 100 nazioni, compresa l’Italia.
Ha messo in piedi il progetto “Riscriviamo il futuro”, che si propone di assicurare entro il 2010 l’istruzione di 8 milioni di bambini in 20 Paesi in guerra. Per raggiungere questo obbiettivo occorrono 450 milioni di dollari. È una sfida lanciata ai governi e alle grandi agenzie umanitarie perché non smettano di investire per l’educazione. “L’istruzione è fondamentale per la pace e la rinascita di queste zone”, dice Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. E spiega: “Abbiamo visto che più si impara a scuola e più aumentano gli anni di vita. Nei Paesi in guerra, educazione significa protezione: la scuola fornisce cibo e vaccinazioni, insegna a leggere e a scrivere ma anche a riconoscere le mine. Senza contare che un ragazzo che resta in strada è più esposto ai bombardamenti (com’è accaduto in Libano), al pericolo di rapimenti o di altre violenze”.

NICOLA AUTALDI
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©AGOSTINO LONGO
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