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BUSSANDO ALLA STANZA DI NEK

Gli occhi azzurri di Nek si accendono ancora di interesse sotto il fuoco di fila delle domande, nonostante sia entrato ormai da giorni nella girandola degli incontri promozionali per l’uscita del nuovo album, “Nella stanza 26”. È il segno tangibile che l’artista emiliano “vive” ancora la musica con entusiasmo, quasi fosse un esordiente, mentre invece è uno dei pochi che esporta il made in Italy sottoforma di sette note in mezzo mondo, al pari di Zucchero, Pausini, Ramazzotti, Ferro.
Grandi numeri sul piano delle vendite, premi a pioggia, concerti regolarmente da “tutto esaurito” spiegano più di qualsiasi parola il percorso artistico di Nek, che ha preso il volo nel 1996 sulle ali dell’album “Lei, gli amici e tutto il resto” e del singolo “Laura non c’è”. Prima tre dischi, serviti per mettere a punto il “motore” musicale dell’artista, e tanti provini per intascare un contratto discografico.
Dal ’96, però, le cose sono cambiate e da allora Nek non ha più sbagliato un colpo, trovando nell’alchimia tra pop e rock la formula per esprimere le sue emozioni. Una formula che ha modellato intorno alla sua potente e caratteristica voce, facendola diventare oggi un “marchio di fabbrica” riconoscibile a livello internazionale. Come dimostra “Nella stanza 26”, un lavoro dai suoni e dalle melodie avvolgenti, che segna un ulteriore passo in avanti dell’artista.

L’INTERVISTA

DOMANDA: Il nuovo album, pur avendo l’inconfondibile timbro di Nek, sembra sviluppare in modo più compiuto sonorità e temi accennati negli ultimi due lavori. È proprio così?
RISPOSTA: Mi sono sforzato, come in ogni mio disco, di cercare vie nuove nell’esprimere le mie emozioni. E in effetti mi sono riallacciato ai due album passati dove c’erano già alcune componenti, nei suoni e nelle tematiche, che qui ho messo più a fuoco. Mi fa piacere che venga notato: vuol dire che il tempo trascorso nel dare il vestito migliore ai brani non è stato speso invano.

D. È stato difficile trovare gli “abiti” giusti alle canzoni?

R. Ogni volta, al momento di incidere, si entra in quello che definisco il “meraviglioso mondo delle difficoltà”. Le soluzioni troppo semplici non mi divertono e cerco un modo di esprimermi personale, che caratterizzi i brani. Tempo fa c’era chi mi definiva lo “Sting italiano”, per certi versi un bel complimento. La cosa, però, mi dava un po’ fastidio. Adesso nessuno fa più quel paragone e ne sono felice. Vuol dire che il lungo lavoro fatto sulle canzoni, ieri come oggi, alla fine, ha pagato, dandomi una mia identità.

D. La troppa attenzione ai pezzi non rischia di vanificare l’ispirazione iniziale?

R. Realizzare un disco è impegnativo e appassionante, e richiede una grande responsabilità. Non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche nell’allestimento sonoro. Io so che posso fare venire la pelle d’oca con una melodia che poi, inevitabilmente, passa attraverso la scelta di un arrangiamento piuttosto che di un altro. L’equilibrio si deve trovare tra questi due punti: l’istinto della creatività e la razionalità nel costruire il pezzo.

D. Quando senti di aver catturato la melodia giusta?

R. Nel momento stesso in cui mi provoca un’emozione. Poi la passo al vaglio dei miei fidati collaboratori, primo fra tutti il mio produttore Alfredo Cerruti. Lui ha il dono e la freddezza di capire se quel brano spaccherà. È insieme che modelliamo le canzoni, cercando le soluzioni per renderle migliori. Per esempio, nel singolo Instabile, il secondo inciso si distingue per le 18 mie voci di coro: bastano per cambiare i connotati al brano, pur avendo tre incisi che dicono la stessa cosa.

D. Perché hai intitolato l’album “Nella stanza 26”?

R. È il titolo di una delle canzoni più significative del disco. È nata da una lettera anonima arrivata al mio fans club. A scrivere era una ragazza dell’Est che, per mantenere la famiglia, doveva prostituirsi. Non ha più scritto. Evidentemente, in quel momento, sentiva il desiderio di sfogarsi con qualcuno e aveva visto in me un amico con cui confidarsi. Ho sentito l’impulso a comporre questo brano e a dedicarglielo, immaginando per lei un finale di libertà dalla sua schiavitù.

D. Prima hai accennato alla responsabilità dell’artista riguardo ai contenuti delle canzoni. Quanto fai attenzione a ciò che scrivi?

R. Ho visto, seguendo l’attività del mio fans-club, che tra gli oltre 4.000 iscritti sparsi per il mondo, tantissimi si rispecchiano nelle frasi dei miei brani. Da qui nasce la mia preoccupazione e attenzione nell’affrontare determinate tematiche nei pezzi. E di solito, porto l’epilogo delle mie storie verso la luce, verso una rinascita. D’altra parte, la musica è un veicolo potente: credo che un artista abbia l’obbligo di lanciare messaggi positivi, di suscitare nell’ascoltatore reazioni sane, senza per questo dipingere il mondo come un luogo da favola. Io, comunque, sono di carattere ottimista, non riuscirei a scrivere in negativo.

D. Quale tipo di educazione hai ricevuto?

R. I miei genitori mi hanno insegnato ad avere rispetto degli altri, condizione per averne poi a mia volta. In particolare, mio padre è sempre stato un tipo diretto: pane al pane, vino al vino. Fin da ragazzino, mi ha detto quel che pensava, anche con severità. Da lui ho imparato ad avere una parola sola, ad essere corretto. Mi ha inquadrato, dandomi basi solide per affrontare la vita, per rimanere con i piedi per terra. Forse sono poco diplomatico, ma dico quello che penso senza finzioni: se qualcosa mi turba non riesco a dormire. Ho una coscienza che quando si mette a gridare, la sente mezzo mondo.

D. Sei credente?

R. Sì, e anche in questo caso il mio rapporto con Dio è diretto. Sono praticante al 50% per mio difetto. Non riesco a recarmi in chiesa come vorrei a causa dei miei impegni o talvolta perché sono stanco, e questo non è da buon cattolico. Però sento che c’è qualcosa di estremamente grande, non un’entità impalpabile, ma piuttosto qualcosa di simile all’amico della porta accanto. Lo identifico come una presenza positiva che si manifesta non solo nei momenti difficili, ma soprattutto in quelli felici. È troppo comodo chiedere il suo aiuto quando le cose vanno male. Infatti, alla fine di ogni concerto, lo ringrazio, perché è andata bene e sono un ragazzo fortunato.

CLAUDIO FACCHETTI

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©AGOSTINO LONGO
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