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LE MANI IN ALTO

Due corsi d’acqua che s’incontrano e formano un grande fiume. È l’immagine che viene subito in mente pensando alla storia de Le Mani, band che ha messo di recente sotto sopra la classifica italiana con il singolo “Stai bene come stai” e l’album “In fondo”.
Il gruppo, difatti, nasce dalla fusione di due formazioni che avevano già suscitato una certa attenzione nell’ambiente alternativo musicale nostrano e, in particolare, a Matera, la loro città d’origine. Due band dagli orientamenti diversi: i No Men’s Code, dediti a un energico rock melodico, e gli Ar.Ca.Dia, indirizzati verso il rock indipendente italiano, sulla falsariga di Marlene Kuntz e Afterhours.
Generi diversi, ma non troppo distanti tra loro, soprattutto se a cementarli c’è il collante della passione per la musica e il desiderio di uscire fuori dalle retrovie senza svendersi. Ed è sulla base di questo “programma” che Luigi Scarangella (voce), Antonio Marcucci (chitarre), Angelo Perna (tastiere), Francesco Stoia (basso) e Marco Pisanelli (batteria) si uniscono per formare Le Mani.
Il risultato, sotto forma di note, è un pop-rock gradevole e ben fatto, che li fa arrivare al contratto discografico e alla realizzazione dell’album In fondo, preceduto dal singolo apripista Stai bene come stai. Per Le Mani incomincia così l’avventura sempre sognata, tra interviste, ospitate in programmi radio e tv, concerti sempre più affollati. Ed è proprio durante uno dei loro spostamenti promozionali in Italia che Mondo Erre ha raggiunto per telefono Luigi per scambiare qualche impressione sul piccolo grande “terremoto” che sta sconvolgendo il gruppo.


L’intervista

Il gruppo si è formato dall’unione di altre due band. Come è accaduto?
È iniziato tutto con una telefonata circa tre anni fa. I No Men’s Code suonavano da tempo a Roma, convinti che la capitale potesse offrire maggiori opportunità di lavoro rispetto a Matera, mentre io e Angelo facevamo parte degli Ar.Ca.Dia. Tutti noi ci conoscevamo e un giorno mi ha chiamato Marco, dicendomi che avevano bisogno di un cantante e di un tastierista. In quel momento, il mio gruppo era in crisi e io e Angelo liberi da impegni. Abbiamo raggiunto gli altri a Roma e così sono nate Le Mani.

La fusione ha subito funzionato?
Ci sono bastate quattro ore di prove per trovare un’immediata coesione, e infatti la sera dopo eravamo già su un palco a suonare. È stato un incontro fortuito, ma che sta dando i suoi frutti.

Come avete conciliato i generi diversi dei due gruppi?

Ognuna delle band voleva modificare qualcosa del proprio sound e arrivando da esperienze diverse, al momento di scrivere i nuovi brani, abbiamo trovato un naturale punto d’incontro: meno “pesanti” loro, meno “alternativi” noi, cercando di mantenere intatti freschezza creativa e feeling.

Siete così andati ad aggiungervi a una scena che, negli ultimi tempi, sembra vivace per le band italiane.

È positivo perché segna il ritorno del rock nostrano nel Paese. Che siano Le Mani o altri, è bello assistere ai concerti dove c’è un gruppo sopra un palco, con tanta passione per le sette note, che suona dal vivo in modo diretto, senza troppi fronzoli.
Tanti ragazzi sognano di essere al vostro posto, dimenticando che una carriera comporta enormi sacrifici. Quale consigli daresti loro?
Se siamo riusciti a ritagliarci uno spicchio di visibilità, lo dobbiamo anche al fatto che suoniamo da oltre 15 anni, ognuno facendo le proprie esperienze. E non sono state sempre esperienze positive. Occorre forza di volontà, passione, carattere per non gettare la spugna. Tutti noi siamo laureati, potevamo scegliere altre professioni, ma abbiamo sempre creduto nella musica. Ed è andata bene.

“Non siamo diversi dagli altri”

Quale identità avete voluto dare al vostro album?
Abbiamo dedicato parecchio tempo alla minuziosa ricerca dei suoni da dare a ogni brano. Siamo convinti che, alla distanza, questo metodo ripaghi di ogni sforzo sul piano della qualità: fare una canzoncina d’amore senza troppa cura magari piace nell’immediato ma non dura.

E per quanto riguarda i testi?

Ci siamo guardati dentro noi stessi e intorno, trasformando in parole i semplici fatti della vita, quelli che provocano poi emozioni, brutte o belle che siano. Come, per esempio, la fine di una storia d’amore con una ragazza o la difficoltà nell’essere se stessi. Potrà sembrare banale, ma sono le cose che accadono a tutti quanti, e noi non siamo diversi dagli altri.

A proposito di emozioni, cosa avete provato una volta compreso che le vostre canzoni funzionavano?
Un’emozione indescrivibile. La prima volta che abbiamo ascoltato tutti insieme per radio “Stai bene come stai” stavamo tornando da un concerto tenuto a Milano. Alla fine del pezzo, per qualche secondo, è caduto un silenzio di tomba. Subito dopo, sono esplose esclamazioni di gioia e dentro il furgoncino è volato di tutto per l’entusiasmo: bottigliette, cappellini, iPod…

Stava cambiando la vostra vita.

La soddisfazione più grande è sapere di essere riusciti a fare il mestiere a cui abbiamo dedicato ogni nostra energia: il musicista. Non tutti possono dire di aver raggiunto nella vita gli obiettivi che si erano prefissati, magari inseguendo un lavoro che li appassionava, a cui hanno sacrificato anni di studio. Vale sempre, comunque, la pena di provarci.

Perché avete scelto “Stai bene come stai” come biglietto di presentazione?

È quella che meglio di altre rappresenta il gruppo, la sintesi sonora a cui siamo arrivati: una melodia fruibile senza essere banale, la chiave su cui abbiamo sviluppato l’intero disco.

Le suonerie dei telefonini squillano con il vostro brano. Quanto fate attenzione al mondo dei ragazzi?

Quando una canzone viene pubblicata diventa automaticamente di tutti. Per questo mettiamo un’attenzione particolare a ciò che facciamo e diciamo anche nelle interviste: la responsabilità è tanta. È bello nutrire il sogno di tanti ragazzi che, come accaduto a noi, sperano di realizzarsi con la musica, ma è altrettanto importante far loro capire che le delusioni sono dietro l’angolo e, se va male, non è un dramma.

CLAUDIO FACCHETTI
Nilus
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©AGOSTINO LONGO
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