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Nero indelebile

“Idoneo”. Antonio non poteva crederci, eppure quella parola era rivolta proprio a lui. Da quel momento, entrava a far parte della folta pattuglia di ragazzi che si sarebbero giocati una fetta di popolarità ad “Amici”, la trasmissione tv condotta da Maria De Filippi che offre una chance agli aspiranti artisti. Era la terza volta che ci provava, e finora aveva dovuto fare le valigie e tornare nella sua Foggia, dov’è nato.
Stavolta, invece, era andata bene. Certo non pensava che, di lì a qualche mese, esattamente il 21 aprile 2005, sarebbe andata ancora meglio, “incoronato” vincitore del programma grazie a quella passione inseguita per anni tra tanti sacrifici: il canto.
Lui, infatti, aveva incominciato a “gorgheggiare” tra le mura di casa quando ancora era un ragazzino, spinto dal padre, impallinato di musica. Quello che poteva sembrare solo un hobby, era diventata presto una faccenda seria, grazie anche alle sue indiscusse qualità canore, rodate sulle melodie della migliore musica nera.
Così, dal 2000, Antonio decide di fare sul serio. Partecipa a varie manifestazioni, effettua provini uno dietro l’altro, canta ovunque gli si offra l’occasione. Infine arriva “Amici”, dove si presenta con il diminutivo di Antonino. Sbaraglia la concorrenza e mette la firma sotto un contratto discografico che cambia il suo destino. Incide un singolo, “Ce la farò”, sintesi in note del suo percorso e delle sue speranze, che vende oltre 15.000 copie. E quando esce l’album “Antonino”, intriso di soul, fa ancora meglio, raddoppiando la cifra. Alle sue spalle, Mario Lavezzi, che gli cura la produzione, nome “storico” della musica leggera italiana, ulteriore sigillo di garanzia.
Adesso è arrivata la seconda prova che, fin dal titolo, è un programma: “Nero indelebile”. Antonino, difatti, prosegue sulla strada aperta con il disco d’esordio, infarcendo le belle melodie pop delle sue canzoni di atmosfere ispirate appunto al soul e al rhythm and blues, generi perfetti per esaltare il suo caldo e graffiante timbro vocale. Con la speranza che lasci una traccia… indelebile nelle sette note.

L’INTERVISTA

Come mai ti sei indirizzato verso la musica nera?
È stato soprattutto il timbro della mia voce a guidarmi: sembra fatto apposta per quel genere. Anche quando ho provato a cantare pezzi diversi, magari più pop, la mia inflessione mi portava sempre verso quello stile. Ovviamente, mi piace parecchio, anche perché sono cresciuto ascoltando i maestri del rhythm and blues e del soul, a cui ho cercato di rubare i segreti del mestiere.

Hai sempre pensato che avresti fatto il cantante di professione?
È stata più una sensazione, qualcosa che “sentivo” dentro di me e che mi spingeva ad andare in quella direzione. Anche quando ho fatto altri lavori, non ho mai perso di vista le sette note: “sapevo” che sarebbe arrivato il mio momento.

Non hai mai avuto la tentazione di lasciar perdere?
Tante volte. Emergere è sempre difficile, ancor più se arrivi dal Sud, perché non c’è nulla che ti aiuti nella professione. Partecipi ai concorsi, magari li vinci, ma poi tutto finisce lì, non sono trampolini di lancio. E anche inviare i dischi alle case discografiche, grandi o indipendenti che siano, non ha mai dato alcun risultato.

È per questo che hai giocato la carta di “Amici”?
Sì, anche se non è stata una passeggiata. Per tre volte, sono finito nella rosa finale, quella destinata a entrare nella trasmissione, per poi essere escluso. Ogni anno mi sono sorbito 40 selezioni, andando su e giù per 40 volte da Foggia a Roma e viceversa.

Chi “esce” da questi programmi, di solito non fa mai molta strada, al contrario di te. Sei l’eccezione che conferma la regola?
È una questione di scelte precise. Tanti ragazzi usciti da “Amici” hanno preferito fare comparsate in varie trasmissioni, come per esempio “Buona Domenica”, avviandosi verso una carriera televisiva. Io, al contrario, ho preferito concentrarmi sulla musica e provare a crearmi un mio percorso. Si corrono più rischi, ovviamente, ma desideravo fare il cantante.

Come ti sei preparato a questo secondo appuntamento discografico?
Con una certa tranquillità. Ho impiegato infatti circa due anni a raccogliere le idee, a comporre, a lavorare con il mio gruppo di autori e musicisti. Volevo che l’album avesse un’impronta sonora precisa, modellata sulla musica nera, con pochi “trucchi” dovuti al computer e con tanto “sudore” dei musicisti di sala. Solo così, d’altra parte, le canzoni non suonano “finte”.

C’è qualche brano che senti più vicino a te?
È difficile scegliere, ma mi piace ricordare “Sorgi sole”, un pezzo di speranza per quando si attraversano gli inevitabili momenti oscuri della vita: dopo il buio, spunta sempre il sole.

Hai dedicato un pezzo, “Rose Big Mama”, a tua madre, dal ritmo scatenato. Come mai?
È un modo per ringraziarla per tutto ciò che ha fatto per me. E nel realizzarlo, non volevo scrivere il solito brano mieloso. Ho scelto un rhythm and blues potente, con cori e sezione fiati. Adesso, mi tocca scrivere un brano per mio padre: devo pareggiare i conti.

A cosa hai dovuto rinunciare per inseguire la musica?
Ho sofferto la lontananza dalla mia famiglia, che mi ha sempre appoggiato nelle mie scelte. Ormai è da tre anni che la vedo solo ogni tanto e si sente dai miei testi, talvolta malinconici. Chissà, forse se facessi una vita più comoda, certe canzoni non le scriverei.

CLAUDIO FACCHETTI
Nilus
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©AGOSTINO LONGO
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