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SOTTO IL SEGNO DEL LOOK

Prendete una foto di gruppo delle medie di mamma o di papà, e fatevela “raccontare”: sicuramente ricorderanno i “belli della classe”, la ragazzina e il ragazzino più carini; poi c’erano il grassotto simpaticone, il timido magrissimo, un paio di compagni con le orecchie a sventola, brufoli su tutte le faccette e l’immancabile secchione. Ragazze e ragazze normali, insomma, che vivevano la loro vita preoccupandosi dell’interrogazione e della pagella più che dell’acne giovanile, che tanto sarebbe scomparsa dopo qualche tempo. Oggi no. Un brufolo è un nemico da abbattere senza aspettare l’intervento di madre natura; i rotolini di ciccia sono una iattura, le orecchie a sventola si correggono dal chirurgo. E poi, non si può andare a scuola senza trucco o senza il gel che scolpisce la chioma, il look giusto e gli accessori firmati. Apparire belli ad ogni costo è l’imperativo di tante ragazze e ragazzi di oggi: cresciuti a suon di spot, hanno assorbito il messaggio dei media secondo cui il successo si conquista con l’estetica e non con le qualità e le capacità. Le beauty farm Riviste per teen-agers e programmi tv sono zeppi di ragazze e ragazzi “immagine”, diventati “personaggi” senza saper fare nulla, se non quello di “piacere” al pubblico dei coetanei. L’abbassamento dell’età in cui ci si preoccupa delle cure estetiche è vertiginoso, avvertono gli esperti: le ragazzine, dai 12 anni in su, sono ossessionate dal loro aspetto, martellate da una pubblicità che non conosce limiti. L’ultima mania delle adolescenti americane è trascorrere un giorno nelle “Kids Spa”, i saloni di bellezza creati apposta per loro, colorati, con la musica disco sparata a tutto volume. Qui le piccole donne, che sognano di diventare come Britney Spears, vanno con le amiche (e con la carta di credito dei genitori). Si sottopongono a trattamenti estetici e massaggi, ma anche a sessioni di trucco e di pettinatura, circondate da uno staff di coiffeur ed estetiste. Escono trasformate da piccole dive, con i colpi di sole e il trucco marcato come quello delle bambole Bratz. In Italia non sono ancora diffuse le beauty farm per ragazze. C’è però chi ha già fiutato il business e gli operatori del settore offrono “pacchetti bellezza” per mamme e figlie, che vanno insieme nei centri estetici come fanno Ornella Muti e la figlia diciassettenne Carolina. I problemi da risolvere? Soprattutto acne, sovrappeso e cellulite, che comincia a 14 anni. Negli Stati Uniti la moda delle beauty farm per teen-agers la spiegano come una risposta ai problemi dell’obesità infantile che è in crescita (quella degli adulti è ormai un dramma collettivo: un americano su tre ha problemi di peso). Sarà, ma a questo fenomeno si aggiunge quello ancora più preoccupante degli interventi chirurgici di tipo estetico per i giovanissimi: sono tante le adolescenti che chiedono, come regalo di compleanno o per la promozione, di entrare in camera operatoria per rifarsi il naso o per aumentare la taglia del reggiseno. Le statistiche sono allarmanti: nel 2000 su 7 milioni e 400 mila operazioni di chirurgia plastica, oltre 300 mila sono state effettuate su bambine e teen-agers. Dal 1994 al 2001 gli interventi di liposuzione (aspirazione del grasso) e di accrescimento del seno su ragazzine sotto i 18 anni sono aumentate di oltre il 500%. Gli esperti sono allarmati: è una vera follia - sostengono - regalare un intervento estetico alla figlia 16enne. No, quindi, al “bisturi precoce”. Bocciato pure il “format” della trasmissione che regala interventi chirurgici ai telespettatori, ripresi prima durante e dopo senza pudori; impazza nelle tv europee, e anche in Italia è andato in onda, non senza forti polemiche. Non solo per l’ennesimo esempio di tv spazzatura, ma soprattutto perché alimenta il messaggio sbagliato, secondo cui conta davvero solo l’aspetto esteriore per essere felici e per piacere agli altri. Muscoli in avanscoperta Un messaggio negativo, apparire più che essere, che non risparmia i maschi: negli Stati Uniti sono sempre di più i ragazzi che si preoccupano di gonfiare i muscoli, praticando il body building estremo, condito da cocktail di farmaci per ottenere rapidamente i bicipiti scolpiti del culturista famoso. Giovani palestrati (spesso con un passato da bambini obesi alle spalle) che credono di poter superare ansie e insicurezze faticando al bilancere, aiutati da sostanze gonfia-muscoli come creatina e steroidi, che devono assumere ogni giorno per mantenere la massa muscolare. Nessuno dice a quei ragazzi che le “polverine delle meraviglie” sono dannose per la salute: rallentano la crescita delle ossa, attaccano il fegato, oltre ai problemi legati alla dipendenza psicologica dalle sostanze. Molti di loro hanno cominciato presto ad allenarsi: 8-10 anni, un’età in cui dovrebbero pensare solo alla scuola e a giocare con gli amici. Non sono casi-limite: si calcola che quasi il 2,8% degli scolari di 10 anni, il 3,5 dei 12enni e il 3,7 dei 13enni assume sostanze per far crescere i muscoli. Cura ossessiva del proprio corpo, diete maniacali, con tanto di siti internet e chat dove informarsi e scambiarsi i “suggerimenti” per diventare muscolosi in modo artificiale o pelle e ossa come le modelle: gli adolescenti americani sono sempre più tormentati dal culto dell’immagine, predicata continuamente da una pubblicità martellante (in mancanza di una legge severa che regoli la materia) che li insegue ovunque. Anche a scuola, dove le mense sono appaltate alle catene di fast-food e le palestre ospitano spazi pubblicitari che reclamizzano marchi di vestiti o bevande, presenti pure nei videogiochi. Solo in prodotti di bellezza e fitness, l’anno scorso in America 33 milioni di ragazzi hanno speso circa 20 miliardi di dollari. I “trendspotter” Preoccupanti storie di consumismo e ossessione dei teen-agers per le griffe e per il culto dell’apparire sono raccontate nel libro Generazione r della giornalista newyorkese Alissa Quart. Dalla sua ricerca emerge una fotografia dei ragazzi sconcertante: la classifica dei valori si riduce a denaro, successo e bellezza. Sedotti dalla pubblicità sin dalla nascita, credono che ogni cosa debba avere un logo o uno sponsor e che, soprattutto, tutto si può comprare o vendere. Compresi i loro sogni e il desiderio di essere amati. Gli scaltri esperti di marketing delle industrie produttrici (abbigliamento, cosmetici, gadget) s’ingegnano per accaparrarsi clienti fin da giovanissimi: l’ultimo espediente è utilizzare i “trendspotter”, la ragazzina e il ragazzino più ammirati nel loro gruppo. Li scovano nelle scuole, nelle discoteche, nei luoghi più frequentati dai ragazzi, li assoldano e li trasformano in “consulenti”. I trendspotter partecipano a vere e proprie riunioni di marketing, affinché rivelino tendenze e gusti dei coetanei agli esperti delle industrie. Non solo. Hanno anche l’incarico di promuovere tra i loro amici i marchi di cui sono consulenti. In cambio ricevono qualche abito griffato e la sensazione di “contare qualcosa”, felici che qualcuno li ascolti e ne apprezzi le opinioni. Eccessi d’Oltreoceano, limitati per ora nei Paesi Europei. Eccessi che è bene però conoscere per riflettere su quello che può capitare, nelle famiglie e nelle scuole, se lasciamo che prevalga la “corsa all’apparire” delle nuove generazioni. Corsa alla quale anche i “nostri” teen-agers partecipano. Nello shopping del sabato pomeriggio, sia ragazze che ragazzi, armati di carte bancomat prepagate dai genitori, spendono volentieri per il look: creme, gel, trucchi, abbigliamento griffato, oltre alle sedute dal parrucchiere per il taglio e il colore di capelli all’ultimo grido. Tutto per comformarsi ai simboli del gruppo, altrimenti si rimane esclusi, e per assomigliare alla cantante o al modello visto in tv. E guai se ricevono qualche rifiuto: basta un “no” alla scarpa sportiva firmata da 150 Euro, perché in famiglia scoppino litigi e piccoli drammi. Calma, ragazzi. La scarpa firmata non rende migliori, è solo parte del grande giro d’affari che produce “falsi bisogni” e vende oggetti, sovente inutili, insieme con l’illusione che possano renderci più attraenti, sicuri e accettati dagli altri. È un illusione, appunto. GRAZIELLA TETA
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©AGOSTINO LONGO
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